Un tempo erano gli scrittori a celebrare le città: cosa sarebbe Parigi senza Baudelaire e Zola? Potremmo forse immaginare Pietroburgo priva della luce trasversale che le riservò Dostoevskij? Il concetto di bassifondo londinese nasce con Charles Dickens. Gli esempi potrebbero essere infiniti. Oggi un libro come quello di Owen Hatherley, trentottenne di Southampton, Trans-Europe Express (Einaudi, pp. 393, 32 euro), pur configurandosi quale opera di architettura – ed essendolo in piena misura, comprensiva di mappe, foto e didascalie – adempie tuttavia alla medesima funzione evocativa con il risultato di tracciare il profilo, fragile e mutevole, del Vecchio Continente.

Si parte dal porto di Le Havre, sorta di decrepita Manhattan sulle rive atlantiche, per arrivare a Hull, stralunata sentinella inglese sul Mare del Nord. L’occhio di Hatherley è ironicamente consapevole delle brutture moderniste cresciute sui grovigli della storia europea, le stesse che spinsero Tom Wolfe a lanciare un famoso anatema contro gli architetti affascinati dai rigori del Bauhaus, ma rispetto a lui recupera una curiosità finalmente nuova, capace di fargli comprendere, se non apprezzare, i miscugli asburgici di Leopoli insieme alla vitalità anarchica di Amburgo, i vecchi merletti della cara Stoccolma e gli sgangherati rammendi di Skopje e Sofia. Il suo viaggio assomiglia al volo sghembo e leggero della farfalla: di volta in volta lo troviamo in Irlanda (più Boston che Berlino, così sin dal titolo viene definita Dublino), Portogallo (con il manifesto della casa vacanza a Porto, dove «si vende il sogno che si stia vivendo una cosa vera»), Italia (fra il “comunismo conservatore” di Bologna e “il villaggio-giardino fascista di Arborea), Spagna (Madrid, segnata dall’ossessione dei mattoni rossi, con un edificio terrificante alla sua periferia, come il Mirador, sinistro fantasma della Corviale romana), Cipro (il cui muro gentile non può evitare di citare, sarcasticamente, quello berlinese), Olanda (in un circuito di precoci archeologie novecentesche che tiene insieme tutte le metropoli ricostruite).

Lo scrittore si lascia irretire dal profumo dolciastro del successo tedesco, nella ricca Monaco di Baviera, dove l’antico villaggio olimpico batte dieci a zero il nuovo stadio del Bayern, e nella disarticolata Lipsia, fra tradizione imperialista, irruzione mercantile e insolite zone di degrado, ma pare sentire anche il fascino dei lenzuoli appesi fra i ruderi di Diocleziano a Spalato. A Lódz, in Polonia, viene in mente Imparando da Las Vegas, il classico, targato 1972, di Robert Venturi, Denis Scott Brown e Steven Izenour: ciò che un tempo era la Strip, adesso è la Piotrkowska. Da una parte l’incanto del futuro, quando ogni cosa sembrava possibile, dall’altra il disincanto successivo alle guerre, una regione di scheletri. È diventata questa l’Europa? Un magazzino di robivecchi? Una terra dove nascono sempre meno bambini e le generazioni più anziane, che a parole si dichiarono aperte e rinnovatrici, in realtà tendono a chiudersi su se stesse alzando i ponti levatoi?

Dobbiamo respingere tale tentazione interpretativa, frutto di visioni stereotipate tristi e nostalgiche. Così, con acume e passione, fa Owen Hatherley: altrimenti, nell’euroregione Mosa-Reno, non sceglierebbe Liegi, una vertigine multiculturale, dalle sorprendenti scalinate che scendono giù a picco sui fumosi quartieri industriali, assai più di Maastricht, linda e ordinata dove incravattati funzionari assai ben retribuiti continuano a partecipare a inutili convegni sulle sorti del Pianeta. Continuerebbe a cadere in ginocchio, estasiato di fronte alla Cappella Palatina di Aquisgrana, come hanno fatto tanti pellegrini prima di lui, e non invece al cospetto della locale clinica universitaria, magico fortilizio sanitario che spunta improvviso sullo sfondo della vecchia città imperiale scelta da Carlo Magno quale sua dimora esclusiva, quasi fosse un marziano: «un organismo spinoso, magro e muscoloso – l’incubo del classicista».