La posta in gioco è più alta, e questa regione ha strumenti per capirlo
Da Treviso a via Arenula: la riforma che nasce nelle aule e che porta il cognome di un figlio del Veneto
C’è un dettaglio che il dibattito nazionale tende a dimenticare: la riforma della giustizia su cui si vota il 22 e 23 marzo porta il nome di un veneto. Non di un politico romano cresciuto nelle istituzioni, ma di un magistrato che ha trascorso quarant’anni nelle aule del Triveneto. Carlo Nordio è nato a Treviso, si è laureato a Padova, è entrato in magistratura nel 1977 e non si è più mosso da Venezia. Giudice istruttore, poi pubblico ministero, infine procuratore aggiunto: tutta la carriera dentro il perimetro di un triangolo che va da Treviso a Padova a Venezia.
Non è un dato anagrafico. È in realtà un dato politico. Perché la riforma costituzionale su cui siamo chiamati a esprimerci non nasce in un gabinetto ministeriale: nasce dall’esperienza concreta di chi la giustizia l’ha praticata in una regione dove il rapporto tra cittadino e tribunale è faccenda quotidiana. Il Nordest è terra di impresa diffusa, di partite IVA, di capannoni. Qui un’indagine penale per reati economici non è cronaca da leggere sul giornale: è il vicino che chiude l’azienda, il fornitore che perde le commesse, la famiglia che si sgretola sotto il peso di un avviso di garanzia. Il bisogno di un giudice terzo rispetto a chi accusa non è un principio da manuale: è una necessità che si tocca con mano. Nordio questo l’ha visto per decenni. Negli anni Ottanta ha smantellato la colonna veneta delle Brigate Rosse; tra il 1992 e il 1998 ha condotto la Tangentopoli veneta; nel 2014 ha coordinato l’inchiesta sul Mose. Ha fatto il PM con durezza, non è stato tenero.
Ma ha ammesso pubblicamente di aver commesso errori: «Anche io ho fatto i miei bravi arresti e i miei bravi errori giudiziari».
Una consapevolezza maturata, ha raccontato, dopo aver visto le sofferenze e persino i suicidi di persone incarcerate senza necessità durante la stagione di Tangentopoli. Da quella esperienza è nata una convinzione che quarant’anni di aule veneziane hanno cementato: se chi accusa e chi giudica appartengono alla stessa carriera, siedono nello stesso consiglio di autogoverno, frequentano le stesse correnti, la terzietà del giudice è strutturalmente compromessa. Non per malafede dei singoli, ma per un vizio di sistema.
Il Veneto in particolare è storicamente una terra che diffida dei poteri autoreferenziali e chiede trasparenza. Il correntismo del CSM, con il suo mercato delle nomine emerso dallo scandalo Palamara, è esattamente il tipo di opacità che questa regione non tollera. Il sorteggio dei membri dei futuri Consigli superiori potrà sembrare drastico visto da Roma; visto dal Nordest, dove il merito conta più dell’appartenenza, è buon senso. Domenica e lunedì il Nordest vota su una riforma che porta il cognome di un suo figlio. Sarebbe un peccato trasformare quel voto in una conta tra chi sta da una parte o dall’altra della politica. La posta in gioco è più alta, e questa regione ha strumenti culturali unici per capirlo.
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