In attesa delle celebrazioni dantesche previste per il prossimo anno già escono assaggi e anticipazioni. Suggerisco qui un tema di riflessione, tratto essenzialmente dal Paradiso, la cantica considerata più difficile, ma che contiene una straordinaria novità: al cospetto di Dio (che pure non parla, come invece nella Bibbia) giunge un essere umano con il suo corpo, dunque con i suoi desideri, i suoi dubbi, i suoi conflitti. Il tema è quello dell’amore, nei suoi rapporti con la giustizia. Il Purgatorio ha molte simmetrie con l’Inferno, ma se ne distanzia per una ragione essenziale: il passaggio dall’etica classica (Aristotele), il cui massimo valore è la giustizia, al Vangelo (al Discorso della Montagna), contrassegnato dall’amore. E si tratta di un passaggio radicale.

Tra giustizia e amore permane una tensione irrisolta, anche se poi nel Paradiso Dante cerca di ricomporre i due termini. La giustizia si fonda su una proporzionalità (bilancia, razionalità), l’amore – almeno inteso in senso cristiano – su una dismisura (gratuità, paradosso). E anche perciò l’amore cristiano dovette apparire a Luciano di Samosata, raffinato filosofo ellenistico, una completa follia. Nel regno della giustizia troviamo criteri ragionevolmente proporzionali, equivalenze, diritti, pene e compensazioni, procedure. Nel regno dell’amore abita invece la misericordia, che implica una «esagerazione»: non è solo compassione attiva ma straripamento del perdono.

La giustizia, teorizzata da Aristotele nell’Etica nicomachea come la più importante delle virtù etiche, si ispira al giusto mezzo, a una proporzione “geometrica” («distributiva»: distribuisce onori a chi li meriti) e “aritmetica” («retributiva»: per riparare a un danno il giudice corregge l’ingiusizia «sottraendo così da ciò che era in vantaggio»). Negli esempi di mansuetudini del Purgatorio non vi è retribuzione o riparazione ad alcunché. Nessuna delle anime espianti rivendica diritti. Ogni diritto si sostiene infatti sulla forza necessaria ad affermarlo.

Qui la forza è assente (diverso è invece riconoscere i diritti degli altri, perfino di chi non sa di averli). Prevalgono invece immagini di amicizia, mitezza e cortesia. L’amore è totalmente gratuito, e si rivolge a tutti, a chi se lo merita e a chi non se lo merita (almeno ragionando con i nostri criteri), proprio come nel Vangelo piove sui giusti e sugli ingiusti. La carità privilegia il presente sul passato: non deve, come la giustizia, ristabilire un equilibrio precedentemente violato.

Forse qui è contenuta una implicita esortazione a distinguere tra il piano della convivenza civile, in cui devono prevalere criteri di giustizia razionale – da tutti condivisi – e il piano delle relazioni personali, nelle quali si dischiude l’amore gratuito, che in nessun caso può essere comandato o prescritto (già se la carità diventa istituzione un po’ si depotenzia). Ora, nel XX canto del Paradiso – cielo di Giove, della giustizia – tenta una sintesi tra i due concetti. Nell’aquila che la simboleggia troviamo cinque spiriti, dei quali ben due pagani (e in Paradiso!): Traiano e Rifeo, oscuro troiano. L’imperatore Traiano ferma l’esercito a cavallo in partenza per accogliere le richieste di una vedovella che invocava giustizia (è una leggenda tardo-medievale su cui ci si sofferma nel Purgatorio, nel primo girone, dei superbi, come esempio di virtù contraria scolpito in un bassorilievo).

Poi il «Troiano Rifeo» – la «quinta delle luci sante» – una presenza che lo stesso Dante immagina come sorprendente per i lettori, dato che si tratta di un personaggio del tutto minore dell’Eneide, però un “giusto”. Dunque: proprio perché la giustizia è astratta (astrae dalle differenze, dai casi individuali) e l’amore invece concreto, qui la giustizia di Traiano dà ascolto umilmente (è pur sempre un imperatore!) alla concretissima persona della vedova «miserella» che invoca vendetta per il figlio, bloccando l’esercito pronto per la battaglia.

La sua sofferenza ha la precedenza sulla Storia! La vedovella era «di lagrime atteggiata», e sappiamo la centralità delle lacrime in tutta la Commedia: si pensi solo a quelle di pentimento sincero di Buonconte di Montefeltro, o alle tante lacrime sparse da Dante. Ma, si badi bene, la giustizia da sola non sarebbe bastata a costringere Traiano a cedere alle preghiere della donna inginocchiata: ci vuole qualcos’altro, appunto l’amore, la umana pietà. Così conclude l’imperatore dopo aver compiuto il suo gesto: «giustizia vuole e pietà mi ritene». Ogni giustizia deve essere innervata dall’amore, e trattenuta dalla pietà.