La Lombardia è la prima Regione italiana a dotarsi di una legge organica sui data center, approvata martedì sera dal Consiglio regionale prima dello Stato e dell’Unione europea. Ne parliamo con Jonathan Lobati (Forza Italia), presidente della Commissione Territorio e relatore del provvedimento, che ne ha guidato l’iter dalla presentazione in giunta, a dicembre, fino al voto finale.

Come nasce questa legge e da quali considerazioni?
«Quello che va detto è che i data center già si stavano sviluppando, quasi totalmente in Lombardia e nell’area di Milano, soprattutto a sud. Noi abbiamo fatto una norma per guidarli. Come già con la legge sulla logistica, è normale che la Lombardia apra la strada. Abbiamo iniziato in commissione a dicembre, poi tra fine gennaio e febbraio le audizioni: quaranta soggetti diversi, dalle rappresentanze istituzionali come Anci e Upi alle direzioni regionali, Arpa, Aria, fino alle associazioni dei data center, al mondo ambientalista, ad alcuni professori universitari. Tutte le richieste di audizione, di maggioranza e opposizione, sono state accolte».

Il cuore della norma è l’incentivo a costruire sulle aree dismesse. Come funziona?
«Abbiamo dato un forte impulso a insediarsi in ambiti di rigenerazione e bonifica, con semplificazioni burocratiche e sui tempi da una parte e disincentivi economici dall’altra: penalizzazioni del 100% sui costi di costruzione per le aree agricole e del 200% per le aree a parco, che a livello nazionale non credo abbia previsto nessun altro. E qui c’è un punto che spesso non è passato: quando parliamo di aree agricole non parliamo di semplici terreni, ma di terreni che i Comuni hanno già previsto di convertire in aree produttive. Se oggi c’è un edificio industriale abbandonato non hai queste maggiorazioni; se invece consumi suolo agricolo, anche dove il Comune ha già deciso che può diventare produttivo, le paghi. La discriminante non è pianificatoria, è cosa c’è davvero sul luogo: un prato o un edificio dismesso. Con una mia modifica in aula abbiamo esteso la tutela anche ai Plis, i parchi locali di interesse sovracomunale, che nel Milanese sono tanti».

È dunque una norma di governo di una realtà complessa e di visione.
«Di governo e di Sviluppo. Siamo consapevoli che sono il futuro e che sono necessari. Se guardiamo ai poli europei, oggi l’Italia è il fanalino di coda: come potenza installata abbiamo davanti Londra, Francoforte, Parigi, e perfino Dublino e Amsterdam. La prospettiva è che Milano diventi il sesto di quei cinque poli. Le richieste di connessione a Terna sono oggettivamente sovrastimate rispetto a quelle reali, ma è un mondo che si evolve molto in fretta: dalle audizioni emerge un’evoluzione non di dieci anni, ma dei prossimi due o tre».

C’è un dato che solleva interrogativi: i data center sono molto energivori. Come interviene la legge?
«L’impatto vero è quello dei generatori diesel: a differenza di altri insediamenti, un data center non può essere disalimentato e quindi è prevista la ridondanza elettrica. Entrano in funzione solo nelle emergenze, come il grande blackout che ha colpito la Spagna, più alcune accensioni settimanali di collaudo. Noi abbiamo stabilito che tutti i tetti vadano coperti di fotovoltaico al massimo tecnicamente possibile, e che in prossimità delle centrali di teleriscaldamento sia possibile realizzare data center integrati, che in quel caso potrebbero non aver bisogno dei generatori diesel».

Alcuni Comuni lamentavano di essere stati esclusi. Come avete risolto?
«Il primo soggetto che abbiamo audito è stato Anci, e l’ho ribadito anche ai sindaci firmatari della lettera. Il termine di sei mesi previsto in legge è diventato un anno su loro richiesta, e in Consiglio abbiamo cambiato l’approccio punitivo: non più «se non adegui il tuo strumento urbanistico non partecipi ai bandi», ma premialità per chi lo fa. Abbiamo ribaltato il paradigma. Sull’altra grande criticità, le compensazioni, abbiamo stabilito il principio che i Comuni le possono chiedere: ambientali ed ecologiche, ma anche sociali ed economiche, a favore delle comunità energetiche o della pubblica amministrazione, e restano a carico dell’operatore dentro l’iter autorizzativo».

Siete arrivati prima della legge nazionale…
«A cavallo, ma l’iter l’abbiamo aperto noi, molto prima. Abbiamo cercato di fare una norma che non entrasse in conflitto con le indicazioni dei ministeri. Come tutte le norme che aprono una strada, sarà soggetta a valutazione nel tempo: la mettiamo in pratica e, se servirà, faremo un correttivo. Tengo a dire che In Consiglio il clima è stato sereno: abbiamo accolto proposte di tutta la maggioranza, ma anche approvato emendamenti di Pd e Movimento 5 Stelle».