A quasi 5 anni dalla condanna definitiva a 16 anni di reclusione per l’omicidio di Chiara Poggi, Alberto Stasi chiede la revisione del processo. La richiesta è stata depositata dall’avvocato Laura Panciroli, nominata nel dicembre scorso proprio “per una completa rilettura della complessa vicenda processuale, finalizzata alla sua revisione”. La vicenda era stata ampiamente trattata dai media, uno dei casi di cronaca nera più dibattuti in Italia: Chiara Poggi era stata uccisa a Garlasco, in provincia di Pavia, il 13 agosto del 2007. Per l’omicidio venne condannato l’allora fidanzato Alberto Stasi, 24enne all’epoca dei fatti, attualmente detenuto del carcere di Bollate.

Secondo l’avvocato Panciroli “sono stati individuati e sottoposti al vaglio della competente Corte di Appello di Brescia elementi nuovi, mai valutati prima, in grado di escludere, una volta per tutte, la sua responsabilità”. Le speranza non sono moltissime, va detto: sono infatti rari i casi in cui viene accettata la revisione di una sentenza definita, circostanza che deve avere come presupposto prove di straordinaria importanza, non disponibili all’epoca del dibattimento processuale.

Per l’avvocato di Alberto Stasi “le circostanze su cui era basata la sua condanna sono ora decisamente smentite”. Il legale del 36enne ricorda quindi che Stasi “si è sempre dichiarato innocente e in molti hanno creduto che la verità andasse cercata altrove. Ora ci sono elementi anche per proseguire le indagini”.

La condanna a 16 anni viene ritenuta infatti dal legale dell’ex fidanzato di Chiara Poggi “una forzatura, censurabile sotto tanti punti di vista. Nel tempo si sono aperti nuovi scenari, noi ci siamo concentrati su quelli più argomenta”. Per l’omicidio di Chiara Poggi, trovata morta nella casa di famiglia a Garlasco, le indagini si concentrarono immediatamente su Stasi, che era stato con lei ufficialmente fino alla sera prima dell’omicidio. Il 36enne, che si è laureato in Economia mentre si trovava in carcere a Bollate, si era visto confermare dalla Cassazione, il 12 dicembre 2015, la sentenza bis della Corte d’Appello di Milano a 16 anni di reclusione.