Tre detenuti, uno del carcere di Poggioreale e due del carcere di Secondigliano, da alcune settimane sono al lavoro in Procura per aiutare il personale amministrativo ad archiviare fascicoli. L’iniziativa è frutto di un protocollo siglato a dicembre scorso tra il procuratore Giovanni Melillo e il provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria Antonio Fullone. È una prima novità, non l’unica. Qualcosa nel mondo del carcere sta per cambiare in Campania. E si comincia proprio dal carcere più grande e più affollato. Si comincia da Poggioreale.

Sulla carta ci sono tutti i presupposti. Il primo progetto dovrebbe partire a breve, è stato già finanziato dalla Cassa delle ammende e prevede la trasformazione di un cortile del carcere di Poggioreale in uno spazio di socialità. Il progetto è stato affidato a uno studio privato di architetti con la collaborazione del Carcere possibile, la onlus della Camera penale di Napoli. È un progetto fortemente voluto dal provveditore Fullone, che è stato anche direttore del carcere di Poggioreale. «Il tema dello spazio in carcere – spiega Fullone – ha un’importanza strategica. In questo progetto lo spazio di uno dei cortili dove i detenuti fanno il passeggio e trascorrono quattro ore al giorno è stato ridisegnato in modo da non essere più uno spazio da utilizzare in maniera passiva». Si prevedono panchine e lampioni, elementi di arredo urbano, qualcosa di simile al mondo di fuori. «Sono elementi pensati per chi dovrà usarli».

Quindi, per i detenuti. Si comincia da un padiglione. «Ma l’idea – aggiunge il provveditore regionale – è quella di fare una sorta di esperimento per generare altre esperienze, testarle e poi replicarle su ampia scala. È una vera e propria sfida». Da direttore del carcere di Poggioreale, Fullone rese possibile un’altra piccola trasformazione: nel padiglione Genova, attraverso una collaborazione tra il carcere e il dipartimento di Architettura della Federico II, i corridoi furono trasformati da spazi di passaggio a spazi sociali con sedute e librerie. È l’esempio che un carcere diverso è possibile. «Entro fine anno abbiamo in mente anche spazi per gli incontri dei detenuti con i figli minori – annuncia Fullone sottolineando l’attenzione verso le persone più fragili – È necessario ripensare a questi spazi in modo che queste persone abbiano un contatto meno traumatico possibile». E non è tutto. Fullone punta l’attenzione anche sull’aspetto igienico e sanitario degli istituti di pena.

«Al termine del 2020 – assicura – nelle carceri campane ci sarà un miglioramento igienico sanitario sensibile. Stamattina (ieri per chi legge, ndr) si è tenuta una riunione per discutere del rapporto con la sanità, di prescrizioni sanitarie. È importante – aggiunge – garantire condizioni dignitose, acqua calda, luce, sanità, prima di ogni cosa. Entro fine anno, quindi, su scala regionale ci sarà un sensibile miglioramento e un allineamento alle normative penitenziarie». Un carcere più efficiente e più attento agli spazi è anche un carcere più umano. Ma guai a cedere alle semplificazioni e alle generalizzazioni. Quando si parla di istituti di pena e detenuti è facile cadere in questo errore.

«Sarebbe sbagliato sia in un senso che in un altro – osserva Fullone – Purtroppo da tempo il carcere è diventato la risposta più semplice ai problemi anche più complessi della società». La popolazione carceraria è composta da varia umanità e il carcere è un contenitore che riflette, amplifica e talvolta anticipa fenomeni sociali. «Il percorso di rieducazione dovrebbe essere individuale», spiega il provveditore evidenziando la difficoltà di pensare a un unico modello di carcere. «I detenuti non sono tutti uguali», aggiunge raccontando la varietà di storie e percorsi dei detenuti. «Bisogna introdurre il concetto di differenziazione», spiega parlando anche della possibilità di prevedere strutture differenziate sul territorio. «Non possiamo pensare di dare risposte alle oltre duemila persone che sono a Poggioreale – dice citando l’esempio del più grande penitenziario italiano – ma dobbiamo fare in modo che il carcere offra occasioni, occasioni di ripensamento, occasioni di ricostruzione». Di qui l’importanza di un legame sempre più stretto con territorio, società, imprese. Con il mondo fuori.