L’auspicio del ministro Di Maio affinché possa esserci un accordo tra Stati Uniti e Cina che serva ad abbassare le tensioni commerciali è sicuramente condivisibile. Per il resto poco o nulla convince di quanto detto ieri dal capo della Farnesina in visita a Shangai. Innanzitutto i numeri: il ministro Di Maio ha sostenuto che «l’Italia è un paese esportatore con 40 miliardi di euro di made in Italy nel mondo». Fortuna, per noi, che le cifre dell’export italiano nel 2018 siano state oltre 11 volte superiori a quelle indicate da Di Maio: per l’esattezza abbiamo esportato 462.9 miliardi di euro di prodotti italiani. Solo negli Stati Uniti abbiamo esportato beni per oltre 40 miliardi di euro, anche se questa cifra, a causa dei dazi imposti all’Italia non per il caso Airbus ma per aver aderito alla Via della Seta con la Cina, incideranno negativamente sul nostro bilancio complessivo.

Forse il ministro Di Maio, quando parlava di 40 miliardi, si riferiva al surplus commerciale dell’Italia nel 2018, ma anche in questo caso sorprende il fatto che abbia scelto proprio il viaggio in Cina per sottolineare questo dato. Infatti la Cina, a differenza degli Stati Uniti, è un Paese che compra da noi molto meno di quanto ci vende. Si pensi che nel 2018 il saldo dell’interscambio con la Cina era in negativo per noi di quasi 18 miliardi di euro. Eppure la proporzione fra le due popolazioni dovrebbe avere come effetto un saldo a nostro vantaggio. Al contrario il nostro Paese ha guadagnato dall’interscambio con gli Usa oltre 26 miliardi di euro. Non c’è dubbio che il mercato cinese possa essere un mercato più che appetibile per le nostre aziende, e dunque un mercato su cui investire sempre di più. La domanda però è: a quale costo? Il ministro Di Maio ha presente a quale concorrenza devono far fronte le nostre imprese di costruzioni per aggiudicarsi un appalto concorrendo con le aziende cinesi? Il ministro Di Maio ha presente a quali condizioni le nostre aziende possono produrre in Cina e con quali rischi per il nostro know how? Il ministro Di Maio ha idea di come la Cina, nel proprio legittimo interesse, stia usando sistema finanziario e infrastrutture per esercitare una forte leva sulle linee di politica estera dei Paesi che le si assoggettano? Se la risposta è sì prendiamo atto di un rischio non condivisibile, sbagliato, ma almeno calcolato. Se la risposta è no allora sia chiaro che ci stiamo infilando in un cul de sac da cui sarà difficile uscire.

Capisco che l’esigenza dei politici e dei partiti è di mettere bandierine sulle iniziative promosse, ma il punto è che i piani di espansionismo della Cina guardano a un orizzonte molto più lontano delle prossime elezioni italiane. Non tenerne conto, non concordare con le opposizioni una linea di politica estera coerente e costante, rischia di essere un errore di cui tutti gli italiani – e le nostre imprese in primis – pagheranno le conseguenze. Se il ministro Di Maio non ritiene attendibile chi scrive perché di parte, gli suggerisco la lettura di un breve ma illuminante libro che spero possa leggere: si intitola Scacco all’Europa, è scritto dal giornalista del Corriere della sera Danilo Taino, e per chi oggi ha responsabilità di governo in temi di politica estera ed economica sarebbe saggio impararlo a memoria.