Da un articolo comparso sul quotidiano Il Sole 24 Ore del 12 aprile, si evince che “è fermo da 28 mesi presso un Dipartimento del Ministero dell’Ambiente un disegno di Legge che doveva dare il via a un Piano Nazionale contro il dissesto idrogeologico”. L’articolo segnala poi che il provvedimento consta di 15 articoli e che l’elemento più significativo è rappresentato da una cabina di regia composta da sette Ministri (Protezione civile, Economia, Ambiente, Infrastrutture, Agricoltura, Interno, Coesione) nonché da un rappresentante per Regioni, Provincie e Comuni.

Il Ministro della Protezione Civile, Nello Musumeci, rispondendo ad un question time pochi giorni fa ha dichiarato: “La proposta di Piano nazionale è all’esame del Ministero dell’Ambiente e del Ministero delle Infrastrutture spero che prestissimo qualche burocrate possa avere la consapevolezza di far giungere alla definizione questo progetto con il necessario senso di responsabilità”. Intanto, al Ministero dell’Ambiente si lavora al Piano per la mitigazione del rischio idrogeologico e il Dicastero ha chiesto alle Regioni di presentare le proprie proposte nei limiti delle risorse disponibili, che allo Stato sono pari a 313 milioni per interventi subito cantierabili. Leggendo queste informazioni sorge l’obbligo di ricordare un dato: nel 2010 le emergenze generate da dissesti idrogeologici erano pari 1,2 miliardi; oggi superano i 3,3 miliardi di euro. Devo ammettere che leggendo questa serie di notizie ho pensato che si trattasse solo di una disinformazione giornalistica o, addirittura, di un attacco al Dicastero presieduto dal Ministro Pichetto Fratin e, quindi, ho effettuato una attenta e mirata indagine per verificare non solo l’attendibilità ma anche i motivi di questo comportamento.

Nel 1983, quando iniziammo a redigere la Legge con la quale dare vita al Piano Generale dei Trasporti, nacque quasi spontanea la esigenza del Dicastero dei Trasporti di essere l’unico competente a redigere e ad attuare il Piano, ma l’allora Ministro dei Trasporti, Claudio Signorile, con un intervento in Commissione Trasporti della Camera annunciò formalmente che “i Piani nazionali non vivono all’interno di un Dicastero, e hanno successo, incisività e coinvolgimento diretto degli Enti locali solo se seguiti da più Dicasteri e dai rappresentanti delle Regioni”. Il Piano Generale dei Trasporti, supportato dalla Legge 245/1984 vide così un coinvolgimento diretto di 9 Dicasteri e un coordinamento del Ministro dei Trasporti. In realtà, se non ci fosse stata la dichiarazione del Ministro competente e se non ci fosse stata cioè la rinuncia del diretto interessato, noi non avremmo avuto lo strumento del Piano Generale dei Trasporti. Cioè non avremmo avuto, solo a titolo di esempio, il rilancio delle Ferrovie dello Stato attraverso la rete ad alta velocità; non avremmo avuto quattro nuovi valichi ferroviari; non avremmo avuto un Dicastero unico invece di quattro Dicasteri; non avremo avuto gli interporti, ecc.

Quei 28 mesi nascondono una chiara volontà di fare melina per ritardare l’avvio di un processo pianificatorio che non rimane all’interno di un unico Dicastero e questo è davvero preoccupante, perché testimonia non solo la miopia strategica di chi riveste ruoli chiave all’interno del Governo, ma anche l’assenza di una convinta attenzione del Parlamento sia nei confronti di una grave inadempienza da parte del Governo, sia nella presa d’atto della limitata assegnazione di risorse. Un simile Piano non può inseguire annualmente le disponibilità della Legge di Stabilità, ma deve necessariamente fissare una percentuale fissa del PIL da destinare alla attuazione del Piano contro il dissesto idrogeologico.

Tra l’altro, se lo Stato garantisse una disponibilità fissa e certa, potrebbero anche prendere corpo forme di Partenariato Pubblico Privato (PPP). A tale proposito, sarebbe opportuno effettuare un benchmarking all’interno della Ue e verificare le esperienze in atto in alcuni Paesi di forme consolidate di Partenariato Pubblico Privato nella gestione della difesa idrogeologica di ampi spazi territoriali. Il Governo e l’attuale maggioranza parlamentare che lo supporta sanno benissimo che il dissesto idrogeologico è un tema con elevata e diffusa attenzione da parte dell’elettorato e che un comportamento quale quello seguito dal Ministero dell’Ambiente non produce assolutamente consenso e in particolare non viene in nessun modo giustificato. Ricordo quindi che fra poco più di un anno ci saranno le elezioni e il bilancio di una Legislatura diventa un esame non facile.