Ambrogio
Dove guarda Milano? “L’insofferenza dei giovani a stare dentro la realtà” e la lezione di Delpini
L’Arcivescovo lo dice quasi sottovoce, con quell’andamento parabolico che gli appartiene: «La domanda è “Dove guarda Milano?”. Io mi sono immaginato questa metafora». E la metafora è subito lì, sospesa a sessantacinque metri sopra le nostre teste. Milano guarda la Madonnina. Tutti la guardano. Ma come. Delpini abita lì vicino e osserva i passanti. Ne ricava una piccola fenomenologia che vale più di un saggio di sociologia urbana. C’è chi alza gli occhi e dice «Che bella, ecco una fotografia». È lo sguardo del turista metropolitano, lo sguardo di chi consuma la città senza appartenervi: «la vedi, la sfrutti, ma non l’apprezzi davvero». Lo sguardo, sembra suggerire l’Arcivescovo, di un certo modello di sviluppo che ha reso Milano cartolina e Instagram, ma ha smarrito per strada la differenza tra abitare e attraversare.
Poi c’è lo sguardo materialista. «Ma quanto costa? Quanto pesa? Quanto oro c’è?». Anche gli ingegneri, ammette con un sorriso, possono fermarsi a chiedersi come quella statua resista al vento. È lo sguardo che riduce la città a metri quadri, rendimenti, capitalizzazioni di mercato. Non sbagliato in sé — la materialità ha la sua dignità — ma insufficiente se diventa l’unica grammatica per leggere ciò che siamo.
Il terzo sguardo è quello dell’insofferenza. «Ma che fastidio, ancora questi cattolici, ancora queste cose». Qui Delpini allarga il discorso e tocca un nervo generazionale: «mi pare riguardi anche questo tema dei giovani: dei giovani molto assetati di una parola di verità, di una provocazione, però anche dei giovani che vivono in una specie di insofferenza a stare dentro la realtà». L’insofferenza verso un Oltre che precede, che vincola, che ricorda «che il mondo non l’hai fatto tu». Poi gli sguardi che riconciliano. C’è chi prega. C’è chi appartiene: «Ah, la nostra Madonna». E qui l’Arcivescovo introduce un dato che molti milanesi ignorano e che vale come piccola lezione di laicità: «il Duomo non è della Chiesa, il Duomo è della città. È stato costruito dalla gente di Milano». La Fabbrica del Duomo è espressione della comunità civile. La Madonnina non è un simbolo confessionale: è un patto di appartenenza che la città ha stretto con se stessa. C’è infine lo sguardo di chi viene da altrove. «Ma cos’è? Perché?». Sono gli immigrati, dice Delpini, «queste persone che lavorano, che fanno le pulizie al mattino quando è ancora buio, che puliscono le strade di notte». Sono quelli che fanno funzionare la macchina e che sotto quella statua passano senza decifrarla. Il punto non è chiedere loro di interpretarla nei nostri termini: il punto è chiederci se sappiamo riconoscerli come parte del «noi» che la Madonnina dovrebbe radunare.
Da questa tipologia degli sguardi, l’Arcivescovo trae tre indicazioni operative. La prima è la coesione. «In molti interventi stasera è stato detto che è necessaria una coesione, che è necessario che ci sia un popolo, non un insieme di frammenti che si fanno polemica l’uno con l’altro». Guardare verso un punto comune è esercizio di cittadinanza, prima ancora che di fede.
La seconda è la fiducia. E qui Delpini sceglie una memoria precisa: «Io non so come fosse Milano nel ‘45, quando era piena di rovine. Però la mia impressione è che ci sia stato un tale slancio per ricostruire che evidentemente veniva dalla fiducia che ci fosse un futuro per Milano». La fiducia, aggiunge, «non deriva dal calcolo». Le difficoltà — casa, lavoro, demografia — sono reali, ma la fiducia parla un’altra lingua: «La vita è bella, merita di essere vissuta, e merita di essere donata. È bello avere un figlio». Avere un figlio, dice, è il modo più radicale di dire «mi fido»: è legare il filo del presente al filo del futuro.
La terza indicazione spiazza, perché viene da un Arcivescovo. «Arrabbiarsi». «Non possiamo tollerare che ci sia una perdita di responsabilità della politica». E aggiunge una frase che varrebbe come epigrafe per la stagione che si apre: «la politica deve essere un’attività di altra felicità. Non si faccia come si fanno concorrenza gli imprenditori, perché si fanno concorrenza i politici?». Lo sdegno, conclude, «alimenta il senso della capacità di individuare dei punti nodali». Tre verbi, dunque, per la Milano che verrà: guardare insieme, fidarsi, arrabbiarsi. Non è un programma elettorale. È qualcosa di più antico e di più necessario: una grammatica civile.
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