A Milano si sono riuniti i riformisti dissidenti e delusi dall’evoluzione del campo largo. La platea era composta in larga misura da dirigenti, parlamentari ed ex eletti provenienti dal Partito democratico. L’unica presenza realmente estranea a quell’area politica è stata quella di Mario Monti, che ha aperto i lavori con la sua tradizionale impostazione europeista.

A ben vedere, proprio il tema dell’Europa è stato affrontato con toni spesso enfatici, quasi celebrativi, mentre sarebbe stato opportuno confrontarsi con maggiore realismo con le criticità evidenziate da Mario Draghi nel suo rapporto sulla competitività europea. L’Europa non può limitarsi a evocare i propri valori, ma deve interrogarsi sul rischio di declino economico, industriale e tecnologico rispetto alle grandi potenze mondiali. Alla convention milanese mancavano inoltre alcune delle storiche famiglie del riformismo italiano: quella socialista, quella repubblicana e quella liberale. Eppure, proprio queste culture politiche stanno dialogando con crescente intensità per verificare la possibilità di una comune iniziativa politica e organizzativa federativa e per trovare un punto di coagulo con le forze riformiste intervenute a Milano.

Il riformismo italiano continua a manifestare una condizione di cronica debolezza. Esiste come sensibilità culturale, ma raramente riesce a tradursi in una forza politica autonoma e riconoscibile. Ma le grandi sfide del nostro tempo richiedono risposte che né il populismo di sinistra né il conservatorismo di destra appaiono in grado di offrire compiutamente. Le forze che condividono una matrice riformista dovrebbero federarsi senza pretese egemoniche e senza cedere alla logica secondo cui il partito più grande debba inevitabilmente assorbire quello più piccolo. Sono pulsioni caratteriali da evitare, avendo già contribuito in passato ad affossare progetti che avrebbero potuto interrompere il lungo ciclo del bipopulismo italiano.

Il contributo della tradizione socialista, di quella repubblicana, liberale e socialdemocratica non rappresenta un residuo del passato, ma una risorsa indispensabile per dare maggiore spessore a un riformismo che negli ultimi trent’anni è apparso troppo spesso episodico, debole o subordinato ad altre culture politiche. Definirsi semplicemente «di centro» rischia oggi di essere una formula geometrica priva di contenuti. La vera questione è costruire una forza riformatrice capace di misurarsi con i problemi reali del Paese senza farsi risucchiare dal bipolarismo muscolare che domina la scena politica. Da una parte il populismo assistenzialista e giustizialista, dall’altra il sovranismo conservatore e identitario: due fenomeni diversi ma accomunati dalla tendenza a semplificare problemi complessi e a privilegiare il consenso immediato rispetto alla costruzione di una strategia di lungo periodo.

L’Italia ha bisogno di un riformismo più coraggioso, più autonomo e più consapevole delle proprie radici. Un riformismo che torni a coniugare libertà economica, garantismo e giustizia sociale, crescita e coesione, europeismo e interesse nazionale. Solo così sarà possibile spezzare la tenaglia del bipopulismo che da anni impoverisce il dibattito pubblico. La federazione delle tradizioni socialista, repubblicana e liberale non sarebbe un’operazione nostalgica, bensì il tentativo di riportare al centro della vita pubblica quella cultura riformista che, pur avendo contribuito alla modernizzazione dell’Italia, non ha mai trovato nella Seconda Repubblica la forza politica necessaria per esprimere fino in fondo la propria visione.