Di Daniele Del Giudice, scrittore tra i nostri più rari e preziosi, che ci ha lasciati ieri, a 72 anni, narratore segreto, lui che prestava attenzione all’infinitesimale straordinario celato nelle pieghe del reale con sguardo acuminato, molti pensavano, appunto, che appartenesse alla famiglia culturale, meglio, a una linea segnata dal gelo narrativo dell’oggettività. Uno scrittore con sguardo da anatomopatologo, la formaldeide delle idee e dell’osservazione.

Bugie, proprio a Del Giudice, era altrettanto caro e familiare il cielo, nel senso proprio degli aviatori, dei trasvolatori, dei capitani coraggiosi nella “terra degli uomini”, come chi provi a collaudare lo sguardo dalla cima della percezione. Occorre infatti immaginarlo concretamente, in carne, ossa e bomber rivestito di alpaca, nella carlinga del suo aereo, pilota “dilettante”, nel senso che però al diletto davano gli illuministi, dove, parola di Voltaire o forse di Rousseau, “la curiosità è filosofia”, e insieme cura. Autore di pochi e soppesati romanzi, racconti, resoconti, cronache narrativi, dove la scrittura assume il tratto della necessità, Lo stadio di Wimbledon (1983), Atlante occidentale (1985), Nel museo di Reims (1988), Staccando l’ombra da terra (1994), Mania (1997), tra l’altro, testi esemplari destinati a mostrare proprio il suo acume sul regno del visibile e le sue pieghe nascoste.

Un lavoro paziente, chino sulle parole, degno di un orologiaio, non certo del cappellaio matto, che si chini a osservare la meccanica del vivente. Ma anche altrettanto autore, in questo nuovo caso “civile”, di un testo destinato alla voce in scena di Marco Paolini, I-TIGI. Canto per Ustica (2009), un oratorio, per le vittime della strage mai dimenticata.
Non è un caso che la sua pagina scritta fosse apprezzata da Italo Calvino, che ne è stato il primo e principale estimatore e compagno di viaggio, così da includerlo dall’esordio nel catalogo Einaudi. Appresa la sua scomparsa, molti, ravvisando un tratto di consonanza straordinaria fra loro, hanno detto che Daniele, sebbene giovanissimo, fosse tra i pochi a dare “del tu” all’autore più euclideo delle nostre lettere, sottolineando così una linea di discendenza: Calvino “chirurgico”, Pasolini “passionale”, Moravia “borghese”.

Romano, classe 1949, Daniele Del Giudice, a dispetto che di chi lo assimilava a un’indole “professorale”, nasce al mondo del lavoro militante culturale nella redazione di Paese Sera, sono i primi anni 70: “giornalista”, salvo presto staccare l’ombra dalla sua città e dai menabò per raggiungere Milano, infine Venezia, dove ha vissuto gli ultimi decenni, ed è lì, in Laguna, che si è visto divorare dal male che ne ha ucciso lo sguardo e la parola, cancellandolo dalla pupilla pubblica del mondo. Eppure, anche a dispetto della realtà di assente, la parola scritta e il ricordo della sua scia lucente non si sono mai interrotti, forse perché Daniele aveva abituato ogni lettore, cioè tutti noi, alla rarefazione espressiva, puntuale, presente solo se ritenuta necessaria, implicita risposta alla prolificità insignificante di altri colleghi narratori. Gli dobbiamo, fra molti doni, un viaggio memoriale seguendo l’ultima rotta di Antoine de Saint-Exupéry, in ricognizione tra Sardegna e Corsica, Daniele, idealmente, è decollato con lo stesso F-5 P-38 Lightning di Antoine, tra Bastia e l’abisso.

E forse, come l’autore del Piccolo principe, Del Giudice svanisce ora dal nostro sguardo suscitando un senso di perdita ingiusta. Nessuno però lo immagini come un “diportista” letterario, semmai come chi dalla scala del cielo abbia continuato ad avere contezza del mondo, delle cose e della storia. Anni fa, Del Giudice, volto da ragazzo incorreggibile, profilo da cavalluccio marino, definizione questa che lo faceva sorridere, ebbe per noi un gesto di attenzione complice: a lui devo una consulenza sui caccia-bombardieri Usa della seconda guerra mondiale, a sua volta lassù a solcare la linea puntinata dell’orizzonte. Piace immaginare il suo viso, oltre le pagine antologiche della letteratura del “secolo breve”, accanto ai profili di piloti e trasvolatori, Blériot, Lindbergh, De Pinedo, lui, accanto a loro; Daniele Del Giudice, ala della nostra storia romanesca. Addio.

Fulvio Abbate è nato nel 1956 e vive a Roma. Scrittore, tra i suoi romanzi “Zero maggio a Palermo” (1990), “Oggi è un secolo” (1992), “Dopo l’estate” (1995), “La peste bis” (1997), “Teledurruti” (2002), “Quando è la rivoluzione” (2008), “Intanto anche dicembre è passato” (2013), "La peste nuova" (2020). E ancora, tra l'altro, ha pubblicato, “Il ministro anarchico” (2004), “Sul conformismo di sinistra” (2005), “Pasolini raccontato a tutti” (2014), “Roma vista controvento” (2015), “LOve. Discorso generale sull'amore” (2018), "I promessi sposini" (2019). Nel 2013 ha ricevuto il Premio della satira politica di Forte dei Marmi. Teledurruti è il suo canale su YouTube.