L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato l’emergenza sanitaria internazionale per il nuovo focolaio di Ebola tra Repubblica Democratica del Congo e Uganda. L’epidemia coinvolge il raro ceppo Bundibugyo, una variante per cui non esistono vaccini approvati né terapie specifiche validate, e si concentra nell’est del Congo, una delle aree più instabili e strategicamente sensibili del pianeta.
Secondo la WHO, il focolaio interessa soprattutto la provincia dell’Ituri, con rischio elevato di diffusione verso Uganda, Sud Sudan, Rwanda, Burundi e Tanzania. Il rischio epidemiologico diretto per l’Europa resta oggi basso, ma sarebbe un errore considerare questa crisi come un semplice problema sanitario regionale.

Il dato sanitario, infatti, è soltanto il primo livello della questione. Il nuovo Ebola africano rappresenta un test geopolitico sulla vulnerabilità delle reti globali. Un promemoria del fatto che nel XXI secolo biologia, infrastrutture, supply chain e sicurezza economica sono diventate parti dello stesso sistema. Per anni l’Occidente ha immaginato la globalizzazione come una rete efficiente di merci e capitali. In realtà ogni rete globale trasporta anche vulnerabilità: virus, shock energetici, crisi logistiche, instabilità politica. Il focolaio si concentra nell’est della Repubblica Democratica del Congo, una delle aree più fragili del pianeta: milizie armate, miniere illegali, infrastrutture deboli, controllo territoriale frammentato. Ma proprio questa regione è anche uno dei nodi strategici più importanti dell’economia globale. La Repubblica Democratica del Congo produce oltre il 70% del cobalto mondiale, materiale essenziale per batterie, accumulo energetico e mobilità elettrica. A questo si aggiungono rame, coltan e terre rare, componenti fondamentali della transizione tecnologica occidentale. Secondo International Energy Agency e US Geological Survey, la dipendenza globale da questi minerali è destinata ad aumentare drasticamente nei prossimi anni.

Qui emerge la grande contraddizione europea. L’Europa vuole guidare la transizione ecologica senza controllare le miniere che la rendono possibile. Sta costruendo la propria elettrificazione industriale dipendendo sempre di più da territori ad altissima instabilità. Quando una crisi sanitaria colpisce regioni di questo tipo, l’effetto non resta confinato agli ospedali. Colpisce investimenti, trasporti, premi assicurativi, supply chain e percezione del rischio. I mercati anticipano sempre il contagio reale. La paura economica viaggia più veloce del virus. Per anni Bruxelles ha trattato la sicurezza sanitaria africana come una questione etica. In realtà era una questione industriale. La salute pubblica africana è direttamente collegata alla stabilità economica europea. E L’Africa lo sta capendo prima di noi. Non è un caso che Africa CDC — il centro sanitario continentale africano — stia cercando di costruire una governance sanitaria autonoma. È un passaggio storico enorme: il Continente prova a smettere di essere soltanto oggetto di assistenza per diventare soggetto di coordinamento strategico. Anche Cina, Emirati Arabi e Arabia Saudita osservano attentamente questa trasformazione. Non per filantropia. Ma perché nel XXI secolo il controllo delle infrastrutture sanitarie sarà parte integrante della proiezione di potenza. Ospedali, farmaceutica, logistica e dati sanitari stanno diventando strumenti geopolitici tanto quanto porti ed energia.

La salute sta diventando hard power. E l’Italia? Il nostro Paese vive nel punto di contatto tra Europa e Africa. Energia, migrazioni, traffico marittimo e supply chain convergono nel Mediterraneo allargato. Eppure continuiamo spesso a considerare l’Africa come un dossier esterno invece che come il prolungamento meridionale della nostra sicurezza economica. Il nuovo Ebola ci ricorda esattamente questo: per anni abbiamo creduto che la globalizzazione riducesse il peso della geografia, ma sta accadendo il contrario. La geografia è tornata. E sta presentando il conto.

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