Emilio Fede, in detenzione domiciliare a seguito della condanna definitiva per il processo Rubi Ter, lunedì ha preso il treno ed è andato da Milano a Napoli, dove risiede la moglie, l’ex senatrice di Forza Italia, Diana De Feo. Quando la coppia si mette a tavola in un ristorante del lungomare di via Partenope, però, non fa in tempo a consumare l’insalata ordinata: quattro carabinieri circondano l’ex direttore del Tg4 e lo portano via con le gazzelle, in stato d’arresto. L’accusa è di evasione. Era in attesa della comunicazione di fine dei domiciliari e dell’assegnazione ai servizi sociali per la parte rimanente della condanna. I carabinieri che lo arrestano non possono che confinarlo nella sua camera d’albergo – anche in ragione dei suoi 89 anni, festeggiati ieri – ma gli raccomandano di “non dare visibilità”. Noi lo abbiamo sentito, trovandolo molto provato. E un po’ di visibilità riteniamo di doverla dare. «Sono sotto choc, un trattamento che non meritavo. Ho saltato la cena ieri e dormito pochissimo stanotte. E adesso sto tremando dalla febbre», ci dice al telefono Emilio Fede. Mentre parla con noi sta aspettando il medico chiamato per visitarlo.

Andiamo con ordine. Ci racconta cosa è successo?
Succede che ritenevo di aver concluso il periodo degli arresti domiciliari a cui ero stato condannato per il processo Rubi-Ter. Perché mi è arrivato un documento dove si dice che si sarebbe data esecuzione alla mia richiesta di assegnazione ai servizi sociali.

E così è uscito di casa, a Segrate, dove era ai domiciliari, ed è andato a Napoli.
Ritenendo di poterlo fare, ho comprato il biglietto del treno per Napoli e ho raggiunto mia moglie Diana per festeggiare con lei il mio compleanno. Lei mi ha invitato a casa sua ma ci sono troppe scale da fare e io ho sono caduto e non muovo più bene una gamba. Cammino col bastone. Ho scelto un albergo in centro dove riesco a muovermi meglio.

Ma non poteva andarsene da casa.
E io non lo sapevo. Prima di uscire ho preso il telefono e ho scritto un messaggio di testo al comandante della stazione dei carabinieri di Segrate, una bravissima persona che ha sorvegliato questo periodo in cui… dovevo stare a casa.

Ai domiciliari.
Appunto. Ma io sono figlio di un brigadiere dell’Arma, in loro ho fiducia. Così ho scritto al Comandante: vado a Napoli dove c’è mia moglie e anche uno specialista per la gamba di cui mi fido. Mi faccio visitare, festeggio il mio compleanno e torno a casa. Ci rivediamo a Segrate.

Ed è stato arrestato. Come è andata?
Una scena da film. Arrivo al ristorante, su via Partenope. Ordino una cosa leggera, una insalata di pomodori. Non fa in tempo ad arrivare, perché arrivano prima i Carabinieri. Un tenente e tre suoi uomini. Ci fanno alzare dal tavolo e ci portano a parlare in una sala riservata. Mi notificano un mandato di cattura e ci informano che una pattuglia si trova a casa di Diana (la moglie Diana De Feo, ex senatrice di Forza Italia, ndr). A quel punto ci portano via, io devo salire nella gazzella e mi conducono nel mio albergo, perché devono mettere a verbale.

E cosa le dicono?
Che sono in arresto per evasione. Io ho detto: “Evasione? Ma io pago le tasse, cosa volete, oggi vivo con la sola pensione”. Allora hanno specificato: non evasione fiscale, evasione dai domiciliari. Perché non sarei ancora potuto uscire di casa, come credevo.

Ha chiesto l’assistenza di un legale?
Sì e ho chiamato subito il mio avvocato, Salvatore Pino. Non rispondeva. E allora sono rimasto due, tre ore con i carabinieri che insistevano nel chiedermi perché fossi lì. Ho ripetuto cento volte le stesse cose. Alla fine l’avvocato ha risposto e ha parlato al telefono con l’ufficiale dell’arma. Ho firmato i verbali, mi hanno posto agli arresti in albergo, con obbligo di dimora e una raccomandazione che mi ha fatto trasalire.

Quale?
Non si esponga. Non dia visibilità. Stia chiuso in camera, possibilmente anche con la finestra chiusa. Sono scattato, perché sono un uomo d’ordine e rispetto le regole, ma qui si esagera. Non mi si può trattare come un gangster. Sono un uomo pulito, in verità non ho mai avuto a che fare né con le escort, né con la droga. Già era ingiusta quella condanna, ora questa mi sembra persecuzione.

Lei fermo non ci sa stare.
Da inviato andai in tutti i teatri di guerra più pericolosi, con la Rai che mi mandava a dire che se fossi morto, non si assumevano responsabilità. In otto anni in Africa ho girato più di quaranta reportage da paesi in guerra civile. In Angola sono saltato su una mina antiuomo. E rientrato in Italia, venni a Napoli durante l’epidemia di colera. C’era da documentare quel che accadeva nel reparto grandi infettivi del Cotugno, nessun operatore aveva il coraggio di entrare. Dissi: vado io da solo. E rimasi cinque ore tra gli infetti.

E adesso?
Mi faranno il processo per direttissima, entro due giorni. Aspetto di sapere. Napoli è una città dove si respira umanità. E io nell’umanità ho sempre avuto fiducia, nonostante tutto.