Le ragioni di Israele
Eurovision, la lezione di Noam Bettan: quando la musica batte polemiche e slogan
Il secondo posto di Noam Bettan all’Eurovision è molto più di un piazzamento: è la dimostrazione che un palco, una canzone e un sorriso possono ancora valere più di mille slogan. Ci sono serate che ti restano addosso, e non per il punteggio finale. La finale dell’Eurovision di quest’anno è una di queste. Noam Bettan, il cantante israeliano di origini francesi, è arrivato secondo, e mettere in fila tutto ciò che quel secondo posto significa non è cosa semplice, perché ridurlo a una classifica sarebbe il modo più rapido per non capirlo affatto.
Era una finale attesa, attraversata da settimane di polemiche, da appelli, da pressioni che sembravano non lasciare spazio alla musica. E invece la musica si è presa il suo spazio, tutto intero. L’Eurovision si è confermato per quello che dovrebbe essere e che troppo spesso dimentichiamo: un evento musicale internazionale, una piattaforma in cui ventisei Paesi si guardano negli occhi attraverso tre minuti di canzone. Niente di più, ma anche niente di meno. Bettan ha cantato come si canta quando si ha qualcosa da dire e non da urlare. La sua performance ha tenuto il palco con una compostezza rara, e il pubblico in sala – quello vero, non quello dei social – l’ha capito subito. Il secondo posto, in un anno così, vale doppio: è il riconoscimento di un’arte che ha resistito al rumore, ed è la risposta più elegante possibile a chi voleva trasformare una serata di musica in un processo.
Ma il momento che porterò con me non è quello del verdetto. È il backstage, è la delegazione israeliana che accende le candele dello Shabbat dietro le quinte di uno degli show più visti d’Europa. C’è qualcosa di profondamente umano in quell’immagine: un’identità che non si nasconde e non si impone, semplicemente esiste, accanto alle altre. E poi c’è il gesto verso Dara, la vincitrice, abbracciata e applaudita da Noam con la naturalezza di chi sa che la musica, quando è vera, non conosce avversari.
Poi il legame con il nostro Paese, l’Italia. Bettan nei giorni scorsi si era prestato a interpretare in italiano la canzone di Sal Da Vinci, e quel “per sempre sì” che diventa qualcosa di più di un ritornello: diventa un ponte, una dedica, un modo per dire che certi legami – quello tra Italia e Israele, tra due culture che si parlano da decenni – non si cancellano con un hashtag. Si raccontano, semmai, con una voce e un microfono. Quella parola, ponte. È quello che fa la musica quando le viene permesso di farlo: costruisce passaggi dove altri tirano su muri. La finale di Vienna ce lo ha ricordato in una sera sola, e ce lo ha ricordato bene. Noam Bettan è arrivato secondo nella classifica. Nel resto, è arrivato esattamente dove doveva arrivare.
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