Era stata prima una storia da inchieste giornalistiche, pubblicate dal Wall Street Journal. E che dicevano: Facebook, il social network da quasi tre milioni di utenti al mese e del cui gruppo fanno parte anche Instagram e Whatsapp, avrebbe privilegiato i profitti dell’azienda alla lotta contro la disinformazione e i suoi vertici e la sua dirigenza sarebbero stati al corrente dei danni che può provocare alla salute mentale degli utenti, soprattutto dei più giovani, e li avrebbero ignorati. E il caso è arrivato infine in un’audizione parlamentare. Mark Zuckerberg respinge tutte le accuse. Lo scandalo è il più grande esploso a Menlo Park dopo quello di Cambridge Analytica.

A piazzare le cariche Frances Haugen, 37 anni, nata in Iowa e laureata ad Harvard, ex product manager della società di Mark Zuckerberg, che prima ha passato documenti al quotidiano, poi ne ha parlato in televisione e quindi in Parlamento. L’informatica ha lavorato per 15 anni in grandi società come Google e Pinterest e dal 2019 per Facebook nel Civic Integrity Team. “La cosa che ho visto dentro Facebook più e più volte era che c’erano conflitti di interesse tra ciò che era utile per le persone e ciò che era utile per Facebook. E Facebook, più e più volte, ha scelto di ottimizzare i propri interessi, come fare più soldi”. Haugen ha presentato almeno otto denunce alla Securities and Exchange Commission. Le sue dichiarazioni alla trasmissione 60 Minutes di Cbs hanno fatto il giro del mondo.

La Civic Integrity Team è una squadra di 200 persone che si occupa di vigilare sulle elezioni in tutto il mondo e che si occupa di come il social network possa essere utilizzato da governi stranieri per scopi illeciti o per diffondere notizie false. Quel gruppo è stato sciolto lo scorso novembre 2020. Proprio a partire dalla sua esperienza Haugen ha cominciato a dicembre a passare documenti al WSJ. È diventata la whistleblower che ha raccontato come Facebook non avrebbe incentivato iniziative volte a migliorare la sicurezza degli utenti. Usava usato lo pseudonimo “Sean”. Le dimissioni nell’aprile del 2021.

I documenti della whistleblower Haugen

Uno dei documenti al centro del caso è un rapporto sui disagi psicologici provocati sugli adolescenti, in particolare da Instagram e in particolare alle ragazze, e a partire dal quale non sarebbe stato avviata nessuna iniziativa. Haugen aveva anche copiato migliaia di pagine interne che dimostrerebbero come l’azienda avesse mentito sui progressi compiuti negli ultimi anni per contrastare l’odio, la violenza e la disinformazione. Alla base del meccanismo gli algoritmi introdotti nel 2018 per aumentare l’engagement degli utenti. L’emotività aumenta il coinvolgimento ed “è più facile infondere nelle persone la rabbia che altre emozioni”.

Secondo Haugen dopo le elezioni del 2020 la piattaforma social avrebbe allentato la censura sui contenuti di odio e disinformazione. I risultati dei report interni sarebbero poi sempre stati nascosti a investitori e pubblico. “Una ricerca realizzata da Facebook dice che le giovani donne che seguono contenuti legati al disordine alimentare, più seguono questi temi e più entrano in depressione. E questo porta a usare Instagram di più – aveva dichiarato l’informatica – Facebook sta lacerando le nostre società e causando violenze etniche in tutto il mondo, incluso il Myanmar nel 2018 quando i militari hanno usato Facebook per lanciare un genocidio”. L’accento anche sull’assalto al Congresso dello scorso gennaio la cui organizzazione sarebbe partita proprio dai social.

Quando il governo si è reso conto che il fumo è nocivo per la salute è intervenuto. Quando è stato chiaro che le cinture di sicurezza salvano vite umane il governo ha obbligato l’industria dell’auto ad adottarle. Quando si è visto che i farmaci oppioidi creano dipendenza la politica è intervenuta. Vi supplico di farlo anche ora davanti ai danni sociali provocati da Facebook”, ha detto Haugen in audizione. Alcune delle soluzioni per Haugen sarebbero una piattaforma meno reattiva, link condivisibili soli se aperti, limitazione dell’algoritmo a favore della cronologia.

La difesa di Marck Zuckerberg

Facebook aveva definito “fuorvianti” le dichiarazioni di Haugen. E Zuckerberg ha diffuso una nota ai dipendenti in cui selle come “ci preoccupiamo profondamente di questioni come la sicurezza, il benessere e la salute mentale. È difficile vedere una copertura che rappresenta in modo errato il nostro lavoro e le nostre motivazioni. Al livello più elementare penso che molti di voi non riconoscano la falsa immagine della società che è stata dipinta. L’argomentazione che deliberatamente spingiamo per il profitto contenuti che rendono le persone arrabbiate è profondamente illogica – si legge – Facciamo soldi con le inserzioni e gli inserzionisti continuamente ci dicono che non vogliono che i loro annunci siano vicino a contenuti dannosi o furiosi. Non conosco alcuna azienda tech che vuole realizzare prodotti che rendono le persone arrabbiate o depresse. Morale, business e incentivi sui prodotti puntano tutti nella direzione opposta“.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.