Il 5 giugno del 1946, tre giorni dopo lo storico referendum che trasformò l’Italia in una Repubblica, l’Avanti!, in seconda edizione, titolava: Repubblica, tutto in maiuscolo e in bold, in grassetto. Il sottotitolo, che mi sembra il giusto distico per commemorare questa giornata, recitava così: “Essa fu costruita con il sudore e il dolore di milioni di lavoratori: l’idea che oggi trionfa fu combattuta da tutte le forze mobilitate contro la libertà, la democrazia e il progresso della vecchia classe dirigente – Iddio benedica la nascente Repubblica, alla quale è commesso il compito tremendo e meraviglioso di riscattare nella concordia e nel lavoro, nella giustizia e nella libertà il passato d’ignominia della monarchia e del fascismo”.

I nostri lettori sanno benissimo che questa fu una battaglia vinta dai socialisti. Vinta da Pietro Nenni che definì quella giornata: “storica”, e “che mi ripaga da molte amarezze e che può bastare per la vita di un militante”. E così, ancora oggi, quel “Grazie Nenni”, l’articolo firmato da Silone e da tutta la redazione che accompagnò l’edizione speciale del nostro giornale, è vivo. Con buona pace di chi, su certa stampa populista e manettara compila, per i socialisti, liste di proscrizione.

Era un’altra Italia, nella quale chi guardava al futuro si scontrava con chi certi cambiamenti non li voleva affatto. Un conservatorismo che ancora oggi si cela nelle pieghe della nostra società. Lo fa però in maniera più subdola, in un Paese certamente più erudito di quello del ‘46, che pure guardava alla monarchia in maniera più rassicurante rispetto a un mondo che cambiava alla velocità della luce. Eppure, a guardare bene, settantasei anni fa, l’Italia con quel voto sembrò essere più moderna di quella di oggi.

Quella, per intenderci, che si divide sul voto ai referendum sulla giustizia, tutelando le caste e svilendo il ruolo dei referendum; quella che si divide sui vaccini, ignorando l’impegno e il sacrificio di donne e uomini di scienza; quella che si divide sulla guerra nel cuore dell’Europa, non riuscendo a distinguere tra aggressore e aggredito; quella che non riconosce più l’importanza delle donne, che pure nel ‘46 ebbero un ruolo fondamentale per la riuscita del referendum. Un’Italia, quella, certamente più moderna di oggi, che non avrebbe mai affidato le sorti della democrazia alla demagogia e al populismo, a partiti fai-da-te, ne tantomeno a leader soli. Non avrebbe consentito il risveglio di ideologie nazi-fasciste, che pure animano le destre moderne in Europa. Oggi come allora è necessario progettare il futuro, e farlo con gli stessi principi che animarono le donne e gli uomini del ‘46 e che sono scolpiti nei primi tre articoli della nostra Costituzione.