Ho dovuto superare un primo momento interno di vigliaccheria: e adesso? Come commentare l’assoluzione, con formula piena per non aver commesso il fatto, di un vecchio cardinale accusato e per due volte condannato, di pedofilia? Non sarebbe obbligatorio dire – coi tempi da caccia al le streghe che corrono – che un grave delitto è stato commesso dall’Alta corte australiana che ha deciso di assolvere il cardinale George Pell dal marchio dell’infamia? Il momento di mia personale viltà sta in questo: va bene sparare contro il governo, passi fare il tifo per Trump (per quanto…) ti senti – mi sento – perfino in colpa per il mio adorato matto-da-legare Boris Johnson che porta sul volto la pena del virus e la minaccia della morte che aveva imprudentemente sfidato, passi tutto: ma sei sicuro che sia il caso di applaudire una sentenza contro un prete che era stato accusato di pedofilia? Non avevamo forse detto che tutti questi luridi maiali devono finalmente pagarla e soccombere nella galera e nella vergogna?

E adesso ci troviamo di fronte a questo disgraziato prelato che si è già fatto un anno di cella d’isolamento, dopo due processi conclusi con una condanna, e che si vede da un giorno all’altro riconosciuta la totale innocenza e la restituzione dell’onore, oltre che della libertà. Dei due accusatori che avevano nutrito le accuse contro il vecchio prelato, uno ha detto di essersi inventato tutto in compagnia dell’altro, che nel frattempo è morto. I giudici della Corte suprema australiana sono sette e tutti e sette hanno emesso un verdetto di innocenza perché il fatto non sussiste: il vecchio prete e principe della Chiesa non ha compiuto alcun abuso sessuale su alcun bambino, benché fosse per queste accuse finito nel tritacarne del trend in corso che impone di mettere nel tritacarne chiunque sia soltanto accusato di essersi unito a Satana, cioè di essere un pedofilo. Il Papa ha reagito con sollievo.

Senza esagerare perché è stato proprio Bergoglio, finalmente, a spezzare la catena di omissioni, complicità e cover-up ecclesiali che aveva reso famosa in senso demoniaco Santa madre Chiesta apostolica romana. Ha detto di voler pregare per tutti gli innocenti condannati ingiustamente. È stato composto. Non ha cantato vittoria, se non perché in questo caso la vittoria coincide con la verità. Francesco è un Papa di sinistra, è stato sempre vicino alla Chiesa latino-americana dei curati con mitra e crocefisso. E ha avuto il coraggio di mollare tutta quella parte della Chiesa che aveva protetto se stessa, vizi compresi, e andandosene a vivere a Santa Marta, disertando le dorate stanze vaticane. Aveva deciso di tagliare questo nodo della pedofilia che è il marchio dell’infamia cattolica: ovunque, ma specialmente nelle nazioni di lingua inglese, sono saltate fuori generazioni di uomini e donne che hanno dichiarato di avere avuto la vita distrutta dagli abusi sessuali subiti in sacrestia, in parrocchia, negli spogliatoi della squadra di calcetto o nel confessionale.

Dunque, i tempi sono quelli della giustizia che impugna la spada di fuoco. Il cardinale Pell era stato scelto, all’inizio del suo pontificato, da Jorge Bergoglio come segretario di Stato agli affari generali ed economici, avendo di lui una stima personale. L’accusa di pedofilia ha spezzato la carriera di Pell ed è stata certamente una coltellata per Bergoglio, che però non ha fatto una mossa, almeno in pubblico, per difendere l’uomo che aveva scelto nel suo governo. L’Australia è lontana, ma non troppo: le notizie dei processi ai preti cattolici accusati di aver cercato rimedio al celibato dedicandosi ai minori che si trovavano a disposizione, sono diventate il pane quotidiano per una campagna non soltanto giudiziaria, non soltanto a favore dei diritti del bambino e dei minori, ma anche a favore di una corrente di pensiero che si sta affermando con rabbia perentoria: i preti, tutti pedofili.

Gli uomini, tutti stupratori. Ecco perché provo timore a scrivere di questa assoluzione. Perché occorre sapersi opporre insieme sia a ogni caccia alle streghe, che alla tentazione dei minimizzatori dell’infamia dei crimini di pedofilia e abusi sessuali. Confesso, di non essere un fan sfegatato di Bergoglio. Ma in questa occasione, oltre che per la sua aperta richiesta di salute e giustizia per i detenuti, il papa è sembrato compostamente perfetto: avrebbe potuto gridare: ne ero sicuro, non poteva essere che così, oppure, per la political correctness in cui si è un po’ troppo impigliato, avrebbe potuto ignorare e mollare il vecchio prete assolto, ma che ancora irradia colpevolezza mediatica. Non lo ha fatto. E ha mostrato il profondo dolore per la sofferenza di tutti gli innocenti ingiustamente avviati sul calvario dell’ingiusto processo, dell’ingiusta condanna, fra ali di plaudenti con i forconi.

È stato un esercizio di stile, se possiamo laicamente permetterci, da cristiano credibile. E ha autorizzato l’uscita di una nota che non mette al primo posto il riconoscimento dell’innocenza di George Pell, ma “la fiducia nell’autorità giudiziaria australiana”. Anche questo ci sembra un esercizio di stile che piace a noi laici perché implica il riconoscimento della sottomissione degli uomini della Chiesa alla giustizia degli Stati, nelle cause che mettono alla sbarra i comportamenti del clero cattolico in una società fondamentalmente protestante. Il cardinale Pell è stato a sua volta scarno e molto civile: ha subito una violenza fisica reale, avendo passato alla sua età prossima agli ottanta, in una cella d’isolamento in galera, dopo anni di gogna e di rogo mediatico.