Una famiglia, quattro fratelli e due genitori, ma tutti con cognomi diversi. È questo il risultato di un’errore giudiziario e di una tragica vicenda che nel 1996 travolse la famiglia De Stefano di San Giuseppe Vesuviano. Una tragedia nella tragedia che ancora oggi non trova la sua conclusione. Giusy, la maggiore dei quattro figli di Ferdinando e Concetta De Stefano, aveva solo 6 anni quando subì una serie di abusi sessuali da parte di un vicino di casa. Dopo qualche mese ebbe il coraggio di raccontare tutto a sua madre che non perse un attimo e denunciò tutto. Il pedofilo fu arrestato e tutte le attenzioni furono rivolte alla piccola che doveva ritrovare la serenità perduta. A quel punto Gennaro, il secondogenito di un anno più piccolo si ingelosì delle attenzioni rivolte alla sorella maggiore e decise di dire una bugia: anche lui aveva subito violenze e i suoi genitori prendevano soldi dai pedofili che abusavano dei quattro fratelli.

Subito Giusy, Gennaro, Salvatore e Antonio furono portati in una casa famiglia mentre i genitori si sottoponevano a processi su processi con la pesante accusa di sfruttamento della prostituzione minorile. Ci sono voluti 4 anni prima che Ferdinando e Concetta superassero tutti i gradi di giudizio risultando innocenti. Intanto però i loro 4 bambini erano stati adottati da altre tre famiglie e separati: Giusy e Antonio erano finiti in una famiglia a Caserta, Gennaro e Salvatore invece in due diverse famiglie a Massa Lubrense. “Il Tribunale non aspettò di sapere l’esito del processo prima di affidarli ad altre famiglie – racconta Ferdinando con le lacrime agli occhi – Ci hanno accusati di essere pedofili, una parola che mi fa stare male solo al pensiero. E il Tribunale che ce li aveva tolti, nonostante fossimo innocenti non voleva ridarci i nostri bambini”.

Durante quegli anni ai bambini è stato fatto un vero e proprio lavaggio del cervello: “Ci avevano convinti che i nostri genitori erano dei mostri – racconta Salvatore che quando fu strappato dalle braccia dei genitori naturali aveva solo 4 anni e a stento li ricordava – ci hanno detto che ci avevano venduti, che mamma era una prostituta e papà un tossico. Niente di tutto questo era vero”. Mamma e papà non si sono persi d’animo nemmeno un istante. Hanno cercato i quattro bambini e li hanno trovati diversi anni dopo. “Ci vedevamo di nascosto – racconta Giusy – Ci hanno fatto vedere le carte, le foto, i documenti, ci hanno raccontato com’era andata quella drammatica vicenda e allora noi abbiamo capito e volevamo solo tornare da loro”.

Ormai adolescenti, intorno ai 14 anni, uno alla volta iniziarono le fughe dalle case dei genitori adottivi verso quella dei genitori naturali. “Si sa, il sangue chiama il sangue e noi volevamo stare con loro – dice Salvatore – Gli assistenti sociali dopo qualche tentativo di riportarci indietro smisero di cercarci e noi per tutta la nostra adolescenza abbiamo smesso di esistere per lo Stato: niente scuole, niente medici, niente supporto degli assistenti sociali, niente di niente. Eravamo solo numeri su un foglio di carta dimenticato su una scrivania”. Un’infanzia completamente negata. Appena Giusy ha compiuto 18 anni ha denunciato il tribunale per le sofferenze subite. Lo stesso hanno fatto gli altri tre fratelli appena raggiunta la maggiore età. “Poco prima che io e Salvatore compissimo 18 anni ci chiamarono in Tribunale e ci dissero che per evitare altre denunce ci avrebbero riaffidato ai nostri genitori naturali – racconta Antonio – Un’assurdità: gli stessi che erano stati giudicati non idonei a crescere noi bambini. Allora mi chiedo: perchè tanto accanimento contro la nostra famiglia? La nostra infanzia è bruciata e nessuno ce la restituirà mai. Adesso vogliamo che ci ascoltino perchè quello che abbiamo subito è troppo brutto e vogliamo giustizia per tutta questa nostra sofferenza”. Oggi Giusy ha 32 anni, Antonio 28, Salvatore 29 anni e Gennaro 30 ma la loro voce ancora resta inascoltata dai tribunali. Ognuno di loro ha cognomi diversi e per la legge non possono nemmeno riottenere quello della famiglia naturale, De Stefano.