Georges Bernanos morì all’ospedale americano di Neuilly (Parigi) il 5 luglio 1948. Negli ultimi giorni dettò a chi l’accudiva il seguente epitaffio: «Si prega l’angelo trombettiere di suonare forte. Il defunto è duro d’orecchi». A sessant’anni lasciava una moglie e sei figli che lo avevano seguito in giro per la Francia e oltreoceano in una serie interminabile di spostamenti e traslochi. Il suo romanzo più noto s’intitola Diario di un parroco di campagna (1936), di cui molti ricordano la stupenda trasposizione cinematografica ad opera di Robert Bresson. Oggi possiamo rileggerlo da Bompiani (pp. 304, euro 18) in una nuova traduzione di Stefania Ricciardi dopo quella leggendaria di Adriano Grande.

Bernanos è fatto apposta per esaltare gli spiriti inquieti e deprimere quelli pacificati. Smise di scrivere romanzi, dopo aver assistito dal vivo, nelle Isole Baleari, dove s’era trasferito, agli orrori della guerra civile spagnola. Come dimenticare la febbrile sventatezza della giovanissima Mouchette in Sotto il sole di Satana (1926)? E la trasparente purezza di Chantal che, in La gioia (1929), pare essere l’unica nota di speranza in una comunità di tarati? Nazionalista e monarchico nella patria della Repubblica, affrontò da ribelle i rigori del carcere. Paradossalmente, sarebbe stato pronto a dialogare con gli anarchici, tanto gli risultava insopportabile l’ipocrisia egualitaria della nuova borghesia. Leon Daudet affida proprio a questo precoce talento la direzione del settimanale realista L’Avant-Garde de Normandie. A Rouen, sede del giornale, il giovane sente di essere a casa sua. Si sposa con una discendente di Giovanna D’Arco: come in Charles Péguy, anche per Bernanos la Pulzella d’Orléans rappresentò una stella fissa.

Scoppia la Prima guerra mondiale e lui, accantonando i problemi fisici che avrebbero potuto evitargli il reclutamento, parte volontario. Viene decorato. Al ritorno dal fronte, s’impiega in una società d’assicurazioni. Non rinuncia a scrivere. Lo fa nelle stazioni ferroviarie, ai tavolini dei caffé. Ottiene i primi riscontri letterari. Si licenzia dall’azienda e inizia una vita randagia con la sua “tribù familiare”. Abita in case affittate. Interroga ogni giorno i Vangeli. È un rapporto cruento, agonistico. Compone una biografia di San Domenico. Ama Teresa di Lisieux. A 39 anni, dopo aver pubblicato il primo romanzo, compra due motociclette: una per sé, una per la moglie. Non poteva fare a meno di sentire l’ebbrezza della corsa, il vento fra i capelli, la polvere negli occhi. Sarà vittima di tre incidenti stradali, ma non rinuncerà mai alla passione del centauro. Nel 1933, cadendo dalla sua Peugeot 350, riporta una profonda ferita al ginocchio destro che, da allora in poi, lo costringerà a camminare con le stampelle. Due anni dopo il colonnello Lawrence, lanciato ad alta velocità sulla Brought Superior, muore nel Dorset, in Gran Bretagna. Entrambi gli scrittori avevano voluto realizzare il desiderio che Franz Kafka, una ventina d’anni prima, s’era permesso d’esprimere così: «Se si fosse almeno un indiano, subito pronto e sul cavallo in corsa!».

Bernanos scrive come se osservasse la realtà da una finestra appannata: quell’impasto grigio di pioggia e fango (l’Artois! terra della sua infanzia e dei ricordi che scandiscono i battiti del cuore), è la misura di una fede lancinante, incapace di venire a patti con se stessa, ma rappresenta pure lo schermo del racconto sempre chiuso in un bozzolo atrofizzato che, nel momento in cui si articola davanti ai tuoi occhi, satura l’immagine che ne ricavi. Bernanos proclamò spesso di non sentirsi scrittore. Secondo Emilio Cecchi, se fosse nato in Italia, avrebbe potuto esaltarsi nella filosofia e nella teologia; in Inghilterra avrebbe trovato sfogo nella predicazione laica; solo in Francia, a detta del critico toscano, le vocazioni morali, poetiche e religiose possono convivere. Difficile comunque sottrarsi al fascino e ai ritmi antichi attraverso cui si snoda il diario intimo del curato d’Ambricourt: un’educazione sentimentale a testa in giù, dentro lo specchio opaco dei parrocchiani, in cui si riflette il volto del protagonista. Nel Diario di un parroco di campagna Bernanos, tirando le fila di una lunga tradizione (il Curato di Tours di Balzac, l’Abate Mouret di Zola, la Collina ispirata di Maurice Barrès, Jocelyn di Alphonse de Lamartine) stringe in un fazzoletto tutti i suoi temi: la colpa, l’onore, la grazia, in una concezione drammatica del cristianesimo, inteso quale domanda inevasa della nostra stessa finitudine. In pochi altri romanzi della letteratura moderna possiamo cogliere il sentimento così distinto del male che grava come una cappa nera sull’uomo, nel rapporto speculare con l’opposta esperienza sartriana.

Senza il furore profetico di Paul Claudel, privo della fiducia storicistica di Jacques Maritain e, come artista, con una tastiera più limitata rispetto a quella di François Mauriac, Georges Bernanos incarna il volto angoscioso della sensibilità religiosa francese. Nel 1938, inseguendo un sogno d’adolescente, trascinò tutta la famiglia in Sudamerica, prima in Paraguay, quindi in Brasile, continuando a scrivere saggi di battaglia polemica (nel senso etimologico greco: polemizein = combattere). Non ebbe mai peli sulla lingua. Cattolico convinto, attaccò il clero spagnolo quando gli parve che appoggiasse Franco. Negli ultimi anni si rifugiò in Tunisia dove scrisse i Dialoghi delle carmelitane: l’estremo sacrificio di una monaca nell’epoca del Terrore repubblicano. Bernanos ci lascia la fedeltà mai tradita all’infanzia. Ne I grandi cimiteri sotto la luna, forse il suo capolavoro, dichiarò: «Certo, la mia vita, è già piena di morti. Ma il più morto dei morti è il bambino che fui. Eppure, quando verrà l’ora, sarà lui a riprendere posto alla testa della mia vita, riunirà i miei poveri anni, fino all’ultimo, e come un giovane capo con i suoi veterani, radunando la truppa sparpagliata, entrerà per primo nella Casa del Padre».