Negli ultimi giorni alcune “spie” luminose si sono accese per segnalare un rischio sempre vivo ma che in campagna elettorale diventa insopportabile: il giornalismo partigiano. In Italia, si sa, i giornalisti spesso si “dimenticano” di fare il proprio mestiere, sconfinando dove non dovrebbero: nel terreno dei fiancheggiatori o, peggio, dei tifosi di questo o quel leader.

Da noi la tradizione di un giornalismo distinto e distante dalla politica è stata sempre debole. Per tante ragioni ha sempre prevalso il modello di un giornalismo che stimola, consiglia, fiancheggia ma non ha l’orgoglio della propria indipendenza. Mai letto un editoriale di un grande direttore di giornale invocare il quarto potere come modello ideale? Mai.

In vista della campagna elettorale si sono moltiplicati piccoli, significativi segnali. Nella rassegna stampa del Tg1 la giornalista incaricata si è lasciata sfuggire un’affermazione non argomentata su Giorgia Meloni: si discuteva se cambiare squadra del cuore fosse un peccato e lei ha chiosato: «Ce ne sono tanti altri». Hanno chiesto di rimuoverla. Esagerati, ma quella “licenza” è esemplare. E d’altra parte sono passate inosservate altre piccole “stecche”. Su una rete Mediaset, collegamento con Matteo Salvini che fa il suo («La gente è stanca delle liti Letta-Calenda») e la giornalista in studio: «Ha ragione!». E Corrado Formigli? Si è detto orgoglioso di essere un «giornalista di parte».

Anche da noi si è fatto, e si farà, buon giornalismo. Ma la faziosità è una anomalia ciclica che può diventare molesta in campagna elettorale. Sulle reti Rai si può immaginare non ci saranno cadute. Come sempre saranno i giornalisti “indipendenti” che saliranno sulle “curve” e tiferanno con quella foga che di anno in anno sta facendo cadere la credibilità del sistema dei media.