Dopo 7 ore dall’inizio del processo per l’omicidio di Giulio Regeni arriva la battuta di arresto. Secondo i giudici della Terza Corte d’assise di Roma gli atti devono tornare al gup. I quattro agenti della security egiziana accusati della morte del ricercatore friulano Giulio Regeni, non erano presenti in aula e i giudici hanno stabilito che il dibattimento non può avere inizio perché non esiste la prova che i 4 imputati conoscano l’esistenza del processo a loro carico. Gli atti dell’inchiesta tornano ora al giudice per l’udienza preliminare che dovrà nuovamente tentare di notifica agli imputati il procedimento a loro carico per poi essere in grado di rinviarli nuovamente a giudizio. Manca dunque la prova che gli imputati si siano sottratti volontariamente al processo.

“Prendiamo atto con amarezza di questa decisione, che purtroppo premia l’ostruzionismo, l’arroganza e la prepotenza egiziana”. Così l’avvocata Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni. “È solo una battuta d’arresto, non ci siamo mai fatti fermare in 5 anni e mezzo e non ci arrendiamo certo ora. Si torna indietro di qualche mese, ma si ricomincerà con tutte le formalità richieste. Pretendiamo dalla nostra giustizia che chi ha sequestrato, torturato e ucciso Giulio non resti impunito e sappiamo che presto o tardi la nostra pretesa avrà soddisfazione”. “Chiedo a tutti voi- dice rivolgendosi ai giornalisti -, visto che è stata ribadita l’importanza di rendere noto che c’è questo processo, di dire i nomi dei quattro imputati e ribaditeli ogni volta che parlate di Giulio e di questo processo. Vi prego di fare nomi degli imputati, così che non possano dire che non sapevano”.

“Chiediamo la sospensione del procedimento e la nullità della precedente dichiarazione di assenza: bisogna avere la prova certa che gli imputati siano a conoscenza del procedimento, e qui a nostro avviso non vi è alcun atto formale che sia stato materialmente portato a conoscenza di questi. La nostra è una difesa esclusivamente formale”. Così Paola Armellin, Filomena Pollastro, Tranquillino Sarno e Annalisa Ticconi, difensori dei quattro 007 egiziani imputati nel processo per la morte di Giulio Regeni.

In mattinata il processo era iniziato nell’aula bunker del carcere di Rebibbia con le parole dure del procuratore aggiunto Sergio Colaiocco: “I quattro imputati, i quattro agenti della National Security a processo per le torture, il sequestro e l’assassinio di Giulio Regeni sono dei finti inconsapevoli. Non sono qui in aula per evitare che il processo vada avanti. Sperano che non facendo l’elezione del domicilio, possano fuggire dal processo. Noi crediamo che questo non sia giusto. Il processo deve cominciare perché ci sono tutte le condizioni, anche quelle per il diritto di difesa, perché questo processo si tenga”.

Un processo storico che inizia a quasi sei anni dalla morte del giovane ricercatore, anni di bugie e false piste, che vede indagati quattro appartenenti ai servizi segreti egiziani: sono tutti accusati di sequestro, e uno di loro risponde anche delle sevizie e dell’uccisione del giovane. Storico anche perché sotto processo ci sono anche i modi di un paese come l’Egitto di Al Sisi sotto accusa per la violazione dei diritti umani e che mette a rischio anche i rapporti tra le due nazioni.

Il processo è stato infatti accompagnato da atti politici forti come il ritiro dell’ambasciatore decisa cinque anni fa dal governo Renzi, per poi però tornare indietro qualche mese dopo e la decisione del premier Mario Draghi di chiedere la costituzione parte civile della Presidenza del Consiglio.

Al processo non c’erano gli imputati. L’Egitto non ha mai voluto comunicare i loro indirizzi e dunque gli atti non sono stati notificati. “Lo hanno fatto per sottrarsi. E’ un caso di abuso del diritto, con una volontà chiara di sottrazione dal processo” ha spiegato il procuratore Colaiocco. Spiegando come, secondo la Procura, gli imputati sanno certamente che il processo italiano stava per cominciare. Lo sanno, “perché tutti i media mondiali ne hanno parlato” ha spiegato. “La notizia delle indagini è stata oggetto di una copertura internazionale oggettivamente capillare e straordinaria”. E poi perché ci sono dati “incontrovertibili” che lo dimostrano.

“Gli imputati – si legge nella memoria che il pm ha depositato alla Corte – sono da considerarsi a tutti gli effetti dei testi qualificati essendo ufficiali di Polizia giudiziaria. Sono stati più volte ascoltati nel corso delle indagini preliminari. E seppur uditi come testimoni agli stessi sono state fatte molteplici contestazioni in ordine alla veridicità e correttezza delle dichiarazioni rese. Comunque sia, già in quella sede ebbero notizia della pendenza di un procedimento penale sulla morte di Regeni”. “La National Security – si legge ancora – cui appartengono i quattro ufficiali, ha partecipato alle indagini, ha fatto parte del team investigativo congiunto e ha piena conoscenza delle prove raccolte nell’indagine italiana”. “Gli indagati sono stati reiteratamente invitati ad eleggere domicilio attraverso atti formali in via rogatoriale”, rogatorie a cui mai è stata una risposta. “Qui gli imputati non ci sono. E non ci sono per due motivi: o perché non lo sanno. O invece lo sanno, e hanno evitato di esserci nella speranza che il processo si blocchi. Sottrarsi al processo che l’Italia vuole loro fare”.

“Questo – ha spiegato sempre il procuratore Colaiocco in aula – fa parte di una strategia complessiva per sottrarre i quattro imputati alla giurisdizione italiana. E bloccare il processo”. A seguire il lunghissimo elenco di depistaggi, delle 40 richieste fatte e mai evase. Delle alterazioni delle prove stesse: sono stati manipolati persino i tabulati telefonici. L’elenco è lungo e, tristemente, noto: finti testimoni hanno provato ad allontanare le attenzioni dalla National security, addirittura cinque innocenti sono stati ammazzati in un conflitto a fuoco, facendo poi ritrovare a casa di uno di loro i documenti di Giulio. Portati, invece, proprio da un poliziotto, così come racconta un testimone. “L’ho visto giocherellare con il passaporto del ragazzo italiano”. E ancora: sono state cancellate le immagini del sistema di videosorveglianza della metropolitana di Dokki dove, secondo la ricostruzione che ne fa la Procura, Regeni è stato sequestrato. Infine, non è mai stata consegnata all’Italia il traffico delle celle che era stato promesso.

Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.