Ragazzi abbandonati, costretti a vivere da soli senza punti di riferimento ci sono sempre stati. Oggi li troviamo in Africa e Asia: molti di loro, minorenni non accompagnati, raggiungono l’Italia e ci raccontano le terribili esperienze che hanno vissuto. Alcune famiglie di nostri connazionali se ne prendono cura, o adottandoli, oppure diventando figure di riferimento: si tratta di individui speciali di cui non si parla abbastanza. Invece io credo che proprio da queste persone dovremmo ripartire per ricucire, con pazienza e lungimiranza, il tessuto sociale strappato del Paese. I cosiddetti trovatelli incarnano un principio di umanità allo stato puro: non è un caso che essi crescano di numero nei momenti di crisi politica. Specie nel passaggio da un regime all’altro. Ma forse la dimensione dell’orfanità non fu mai così grande come nella Russia sovietica, all’indomani della Rivoluzione bolscevica, quando sette milioni di bambini, maschi e femmine, dopo aver perduto i genitori, si ritrovarono in balia del destino, costretti a rubare e mendicare pur di sfuggire ai morsi della fame e sopravvivere al gelo. “Giorni interi se ne stanno/ malinconici a fischiare” scrisse di loro Sergej Esenin.

A questa drammatica stagione novecentesca è dedicato un libro di storia sconvolgente: Besprizornye (Adelphi, pp. 274, 22 euro), la cui lettura ci fa sprofondare in un abisso che potrebbe sembrare incredibile, se ogni affermazione non fosse documentata con puntuale rigore filologico nell’accertamento costante delle fonti che comprendono documenti, testimonianze e articoli, nonché alcune impressionanti fotografie. Lo ha scritto Luciano Mecacci, al quale va la nostra ammirazione per il lavoro certosino che ha fatto. Il risultato avvicina quest’opera ad altre grandi ispezioni sul male umano: da In quelle tenebre di GittaSereny all’Istruttoria di Peter Weiss. La parola “Besprizornye” ricorre spesso nella letteratura novecentesca: come ricorda l’autore, ne fece cenno persino Beppe Fenoglio nel Partigiano Jonny. E quasi tutti i cronisti occidentali che visitarono la Russia post rivoluzionaria, dal più oscuro giornalista a famosi scrittori e filosofi come Joseph Roth, Walter Benjamin, André Gide e George Simenon, fra gli altri, nei loro reportage non mancarono di segnalare la presenza dei bambini randagi nei pressi delle stazioni ferroviarie.

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Gli orfanotrofi non riuscivano a contenerli, molti scappavano e si organizzavano in bande di piccoli rapinatori, pronti a lottare per un semplice giaciglio nei sotterranei delle città ghiacciate, attraversando tutte le tappe del degrado e della mortificazione: solitudine, droga, prostituzione, fino al cannibalismo. La carestia ucraina, in particolare, come ben sappiamo, basti ricordare fra gli altri il libro di Martis Amis, Koba il terribile, provocò una regressione bestiale nei comportamenti umani. Una gran parte di questi bambini disperati non divenne mai adulta, molti finirono nei gulag siberiani: Solženicyn e Šalamov ne hanno dato conto in pagine che non si dimenticano. Siamo nei pressi di Stavrogin, il più demoniaco dei personaggi dostoevskiani. Le autorità sovietiche, malgrado la pubblica preoccupazione della moglie di Lenin, Nadežda Krupskaja, cercarono di nascondere e soffocare la diffusione di notizie riguardo al crimine infame perpetrato nei confronti degli Besprizornye. Vladimir Majakovskij li ritrasse in una poesia nel momento in cui derubavano i passanti: «Mollate la borsa, cittadine-zietta,/ se novi mordo,/ se no v’infetto».

Chi lavora nelle case-famiglia o nei centri di prima accoglienza per minori conosce la solitudine dei ragazzi smarriti che arrivano da noi con una borsa di plastica, a volte senza nemmeno quella, dove conservano i pochi oggetti di cui dispongono: biancheria, dentifricio e smart-phone. Di fronte alla loro mortificazione, quasi sempre camuffata dal sorriso o dalla sbruffonaggine tipica degli adolescenti, non dovremmo girare la testa da un’altra parte. O lamentarci solo quando diventano pericolosi.