“La ‘ndrangheta vista dal buco della serratura”. Sarebbe il titolo più indovinato per il libro che verrà presentato domani a Catanzaro, una delle tante strenne natalizie già pronte sugli scaffali reali e virtuali. Uno degli autori (con Antonio Nicaso) è di grande prestigio, Nicola Gratteri, professione magistrato, scrittore e mancato ministro di Giustizia del governo Renzi (grazie, Giorgio Napolitano). L’immagine che il procuratore più intervistato d’Italia dà oggi della ‘ndrangheta nel colloquio con Sette è stupefacente, e tutto sommato rassicurante. Innanzitutto perché ci comunica che i mafiosi non sparano più. Non hanno più bisogno di uccidere, dice il magistrato, perché vivono come noi, come noi si integrano, chattano sui social, vogliono godere la bella vita, fare soldi, conquistare il potere. Hanno tra loro anche vincoli massonici e cercano di aggiustare processi. Non fosse per quelle tonnellate di cocaina che acquistano in Colombia (a quanto pare a buon prezzo) per immetterle sul mercato europeo, gli uomini della ‘ndrangheta sembrerebbero quasi dei comuni uomini di potere, un po’ avventurieri, magari. Ma se studi bene i personaggi, dice l’esperto, soprattutto facendoti un po’ sociologo, un po’ psichiatra e anche un po’ parroco, ecco che scopri i piedi d’argilla del mostro mafioso. Perché questi uomini che si credono potenti e invincibili, ha capito l’alto magistrato, in realtà sono dei deboli, fragili e paranoici. Persino omosessuali, alcuni. Anche se le regole interne dell’associazione non lo potrebbero mai ammettere. Ecco perché, pur non essendo dei veri “pentiti”, in tanti collaborano. Perché sono troppo fragili psicologicamente per poter reggere il carcere.

Non ci sono più i mafiosi di una volta, insomma, quelli che sapevano restare anche 40 anni in uno schifo di cella, magari al regime di 41 bis sopportando la detenzione con virile orgoglio. Davanti a questo singolare quadro di deboli piagnoni un po’ disturbati nel carattere viene da chiedersi in che modo poter attribuire a questi uomini le caratteristiche previste dal codice penale nella previsione dell’articolo 416 bis, cioè la loro forza di intimidazione e la condizione di assoggettamento delle loro vittime. Per non parlare della violenza, che sempre si accompagna a questo tipo di controllo del territorio e della comunità. E ancora meno si capisce per quale motivo, come il dottor Gratteri dice in modo molto esplicito, nel nostro ordinamento dovrebbe permanere un istituto che contrasta con l’articolo 27 della Costituzione come l’ergastolo ostativo. Dalle mafie, afferma l’alto magistrato, si esce o da morti o perché si collabora. Confermando così l’ipocrisia di chi non si direbbe mai favorevole alla pena capitale, ma lo è in modo sotterraneo. Meglio la lenta tortura che piega la persona fi no a farla cedere e portarla al “pentimento” o la garrota subito? Bel dilemma. Resta da chiedersi infine, visto che non si uccide più, visto che ormai ci sono «meno sangue e più trame segrete», dove dovrebbero dirigersi le indagini e dove sta oggi il bubbone mafioso da colpire. Nella politica, va da sé. E il salto di qualità potrebbe consistere nel fatto che la mafia potrebbe oggi, specie in Calabria dove sono imminenti le elezioni regionali, volersi candidare direttamente, senza bisogno di intermediari. Perché, sostiene Gratteri, le istituzioni sono fragili, assuefatte al peggio e molto più permeabili che nel passato. E disponibili davanti a un boss che ha il volto e le abitudini di una persona ricca e potente, magari «sponsor o proprietario di una squadra di calcio». Dobbiamo sentir trillare qualche campanellino? Ma no, stiamo solo parlando di un libro. Chi si intitola, contrariamente a quel che pensavamo, La rete degli invisibili e che è edito da Mondadori.