I fautori della complessità animano i talk show. Li irrita il dualismo fra “aggredito” e “aggressore”, che ricorda quello, infantile, fra buoni e cattivi. Il quadro è più complesso, ripetono, sopracciglia aggrottate. Peccato che molti di loro cadano nello stesso tranello: la causa d’ogni sventura sarebbe l’espansionismo scriteriato della NATO, nonché l’imperialismo guerrafondaio degli USA. Fra le due semplificazioni c’è una differenza abissale: la prima dà conto di ciò che sta accadendo – l’aggressione è verificabile mediante dolorosi conteggi di morti e distruzioni –, e posiziona i fari sugli individui in carne e ossa che la guerra l’hanno scatenata.

La seconda s’impantana su una (opinabile) causa remota, indiretta, del conflitto, sminuendo le responsabilità del leader aggressore e dell’apparato politico-militare che lo sostiene. Se le mire della NATO hanno stuzzicato l’orso in letargo, ovvio che ci sia una corresponsabilità occidentale. Ragionamento semplicistico! I complessisti in buona fede avrebbero ragione, se fossero coerenti. Al diavolo i luoghi comuni: gli ucraini (e, ora, anche i miti finlandesi) sarebbero burattini nelle mani degli americani, la NATO un’entità collusa con le industrie belliche la quale ordisce oscure macchinazioni; al diavolo le bufale: l’inesistente genocidio nel Donbass a danno dei russi, e il mirabolante colpo di Stato di Maidan, che fu una rivolta popolare contro un governo filorusso.

I complessisti in cattiva fede ignorano volutamente i fattori che complicano il quadro: a) con il Memorandum di Budapest, sottoscritto nel 1994, gli ucraini rinunciarono alle armi nucleari in cambio di assicurazioni, da parte russa, sulla loro sicurezza e integrità nazionale, i russi avrebbero evitato pressioni economiche volte a condizionare politicamente l’Ucraina; b) la lettera di Putin del 12 luglio 2021, “L’unità storica di russi e ucraini”, nega legittimità all’Ucraina quale nazione indipendente; c) gli ucraini – che sono culturalmente europei, e hanno un’antica aspirazione alla libertà – desiderano far parte dell’Unione Europea.

I complessisti tirano in ballo la Seconda Guerra Mondiale. Sì, le umiliazioni inflitte alla Germania sconfitta, nel 1919, fecero da apripista all’affermazione di Hitler. Poiché anche Keynes ci scrisse sopra un bestseller, Le conseguenze economiche della pace, si pensa sia facile tirar le somme: siamo un po’ tutti corresponsabili di quella carneficina. Eh, no! Il titolo non menziona le “conseguenze morali” della pace punitiva, ‘cartaginese’, che doveva spezzare le reni alla Germania. Il trattato di Versailles, dice Keynes, avrebbe messo a dura prova i limiti di sopportazione del popolo tedesco; nel magma della crisi economica sarebbero sorte “speranze, illusioni e il desiderio di vendetta”.

Ma, conclude saggiamente, “chi può dire quanto sia sopportabile e in quale direzione gli uomini tenteranno di fuggire dalle loro miserie?” Keynes temeva una rivoluzione bolscevica nella Mitteleuropa, più ancora del militarismo germanico. Reminiscenze scolastiche: il mio professore di storia, con chiarezza cristallina. “Vi sono cause profonde della guerra, il punitivo Trattato di Versailles è fra queste: mise la Germania in ginocchio, fornì a Hitler e ai nazionalisti argomenti a iosa.” Al che, io, “ma allora Francia e Gran Bretagna sono corresponsabili del conflitto?” Sguardo ammiccante: “il discorso sulla corresponsabilità è complesso, chiama in causa questioni etiche e politiche. Il fatto che vi fossero cause profonde non significa che Hitler avesse attenuanti, né che la colpa del sangue versato ricada anche su Francia e Gran Bretagna. Gli storici e gli economisti cercano soltanto di capire il contesto in cui maturano le decisioni politiche e militari. Una qualità ci distingue dalle bestie: il libero arbitrio.

” Io, poco convinto, “sì, prof., ma se la Germania non fosse stata umiliata, e se non fosse avvenuto il crollo di Wall Street nel ‘29, la guerra non sarebbe scoppiata, giusto?” Impeccabile, la risposta: “Nessuno storico ha la sfera di cristallo. Troppi ingredienti marci bollivano in pentola: il revanscismo tedesco, granitico a prescindere dai trattati internazionali, il mito dell’invincibilità degli Imperi centrali (la Germania, punta di diamante dell’alleanza, fu pugnalata alle spalle); la popolarità della dottrina hitleriana del Lebensraum, lo spazio vitale a Est, panacea per una Germania sovrappopolata. Morale: la guerra probabilmente sarebbe scoppiata comunque. Certo, con un trattato di pace equo, e senza la crisi del ’29, Hitler non avrebbe vinto le elezioni. Ma si può escludere una marcia su Berlino, un colpo di Stato delle camicie brune negli anni Trenta? Troppo fragile la democrazia tedesca, troppo potente la Wermacht e troppo influenti i reduci nella Repubblica di Weimar.

Fatto sta che un dittatore razzista nel ’39 aggredisce la Polonia per annettersela, nel ‘41 conquista l’Ucraina e tenta di distruggere la Russia, avendo in mente di schiavizzare gli slavi, reputati subumani, e infine pianifica il genocidio del popolo ebraico. Queste azioni infami, frutto di un’ideologia perversa, non hanno alcun rapporto con il fatto che le potenze vincitrici, nel 1919, avevano offeso il principio di nazionalità e imposto inique riparazioni belliche.” Io sono a favore della diplomazia e dei negoziati a oltranza – meglio un trattato imperfetto che un bagno di sangue –, purché le parti in causa siano d’accordo. Però… Storia virtuale: anno del Signore 2030, gli austriaci, dotatosi di un esercito strepitoso e di bombette atomiche, occupano l’Alto Adige e il Trentino, invadono la pianura padana, radono al suolo Trieste, bombardano Padova e Milano.

L’Austria è dominata da un leader che rivendica il superamento di un sopruso: il Sud Tirolo, Trento, Trieste e il suo entroterra fecero parte a lungo dell’Impero asburgico, e il Lombardo-Veneto venne ceduto all’Austria legalmente, nel 1815, con il Congresso di Vienna. Qui casca l’asino: come conciliare pacifismo e amor di patria? Che fare, in concreto, nell’Italia invasa? La soluzione sarebbe molto facile: che si ceda all’austriaco rancoroso l’Alto Adige (lì parlano tedesco, no?), Trento e Trieste, con relativo sbocco sull’Adriatico, e qualche striscia di territorio conteso. Così noi ci teniamo la Lombardia e una parte del Triveneto, sigliamo la pace, e ce ne andiamo in villeggiatura. Cosa direbbero i complessisti, i quali, non ne dubito, sono ardenti patrioti? Mmm, la questione è complessa…