Incontriamo Matteo Hallissey, esponente dei Radicali italiani, dopo l’aggressione subita sabato a Porta San Paolo.

Hallissey, lei è stato aggredito in piazza a Roma il 25 aprile: da chi è partito l’assalto e che cosa, secondo lei, ha scatenato tanta ostilità verso le bandiere ucraine?
«L’aggressione è arrivata da alcuni gruppi di estrema sinistra come Cambiare Rotta. Non ho mai capito come si possa odiare così tanto un popolo che resiste contro un tiranno, ma l’idea di antifascismo di questi gruppi antidemocratici è quella di combattere il fascismo solo per sostituirlo con qualche altra ideologia cupa e mortifera».

In quei momenti si è sentito isolato o ha percepito anche qualche manifestante dalla sua parte?
«In quei momenti la situazione era confusa e concitata. Successivamente ho ricevuto molti messaggi di solidarietà, anche da persone presenti in piazza. Ho però la sensazione che molti altri condividessero le nostre ragioni, ma siano stati frenati dalla paura di esporsi».

Dopo l’aggressione e l’uso dello spray urticante, quali sono state le conseguenze fisiche e personali? Ha sporto denuncia, si attendono identificazioni?
«Ho subito una lesione alla cornea. Lo spray mi è stato spruzzato a un centimetro dal viso e non ho visto per un quarto d’ora. Ho denunciato gli aggressori insieme agli altri che erano con me. È la prima denuncia della mia vita. Allo stesso tempo, a Cambiare Rotta chiedo un confronto: disconoscano questa violenza e accettino il terreno del dialogo. Sarebbe una vittoria per la nostra democrazia. Temo non avverrà».

Da Elly Schlein, Giuseppe Conte e Gianfranco Pagliarulo sono arrivati messaggi di solidarietà?
«No. A dire il vero gli unici ad aver espresso solidarietà sono stati i leader dei partiti liberali, i riformisti del Pd e i giovani del Movimento 5 Stelle. È un silenzio assordante».

Il 25 aprile rischia di essere definitivamente compromesso da episodi come questo, oppure può ancora recuperare il suo significato unitario e democratico? Come?
«Deve recuperarlo. Perché questo Paese ha bisogno di ritrovare una dimensione unitaria intorno all’antifascismo. Ma perché ciò accada serve un impegno concreto da parte della maggioranza delle forze progressiste e antifasciste ad arginare le minoranze violente. Ad oggi non c’è».

Quella violenza è il gesto di pochi facinorosi o il sintomo di un problema culturale più profondo, fatto di intolleranza e radicalizzazione crescente?
«La violenza è certamente propria di una minoranza, ma è il silenzio della maggioranza che mi preoccupa. Così si offre il fianco a chi il 25 aprile è in cerca di alibi per non celebrare la Liberazione e vuole dipingere le piazze come un raduno divisivo e ideologico».

La sinistra italiana fatica ancora a fare i conti con l’Ucraina, con la difesa europea e con la minaccia russa? Al di là degli spintoni, esiste un nodo politico irrisolto?
«Sì, su questo si sconta un’ambiguità lasciata irrisolta per non scomodare Giuseppe Conte e il Movimento 5 Stelle, ma anche Avs che mantiene una ferma contrarietà ideologica agli aiuti militari all’Ucraina. Su questo serve chiarezza, oppure questa alternativa, qualora dovesse vincere, non sarà in grado di governare un giorno senza cadere vittima delle proprie contraddizioni».

Avatar photo

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.