«Le modalità non sono state tra le più ortodosse. L’uso frequente del dialetto e di espressioni dialettali sgradevoli e modalità grossolane sono deprecabili in un ambiente scolastico, ma non può in alcun modo dirsi che abbiano ingenerato nei piccoli alunni quella mortificazione che costituisce l’essenza del delitto».

È uno dei passaggi della motivazione della sentenza con cui il giudice Alessandra Zingales ha assolto dall’accusa di maltrattamenti Rosanna Caccavale, maestra all’asilo D’Arienzo Prisco di Tufino, in provincia di Nola. Assoluzione perché il fatto non sussiste: in primo grado il processo si è concluso così e nelle 28 pagine depositate nei giorni scorsi il giudice spiega il perché. Nelle motivazioni della sentenza si ripercorrono i vari passaggi delle indagini e del dibattimento, le testimonianze delle mamme dei piccoli alunni, le conclusioni di due esperte che hanno analizzato con la loro professionalità i comportamenti dei bambini, il racconto della stessa maestra, Rosanna Caccavale, finita d’un tratto alla gogna mediatica e al centro dei sospetti di tutto il paese.

Tufino è un piccolo centro ed è facile immaginare quanto rapidamente sia girata la voce delle accuse sul conto della maestra. La sentenza di assoluzione ha messo un punto su quei sospetti, dovrebbe valere anche per le voci di paese: la maestra è stata assolta, così come sostenuto nel processo dai suoi difensori (avvocati Ugo Raia e Claudio Granese). In dibattimento, dalle varie testimonianze esaminate e passate al vaglio dal giudice monocratico è emerso che la maestra aveva modi severi, «un po’ all’antica» come aveva ammesso la stessa Caccavale durante il suo esame in aula, spiegando al giudice che proprio nel periodo delle indagini (le settimane a cavallo tra metà novembre e la vigilia di Natale 2015) viveva una situazione di grande nervosismo per via di alcuni suoi problemi di salute alla schiena e questo l’aveva resa più irascibile anche con i bambini, ma mai violenta. Un dato che il giudice ha riscontrato anche analizzando video e audio delle riprese realizzate dagli investigatori attraverso una telecamera nella classe, spiando le mattinate che bambini e maestra trascorrevano insieme.

«Dalla visione delle immagini e dall’ascolto delle riprese video audio non emerge alcuno degli elementi sopra indicati», scrive il giudice analizzando gli elementi ipotizzati dall’accusa. Il solo episodio di un bambino strattonato per un braccio e colpito con uno scappellotto alla testa «per quanto assolutamente deprecabile – si legge nelle motivazioni della sentenza – non è idoneo a integrare il delitto che si configura come reato abituale». L’inchiesta a carico della maestra, 64enne e con una lunga carriera professionale alle spalle, era nata dopo che un poliziotto aveva raccolto lo sfogo di un nonno che aveva lamentato i modi della maestra. E nel calderone del sospetto erano finiti anche normali capricci di bambini di tre o cinque anni.