Caro Chicco,
siamo arrivati all’ultima curva di questo nostro lungo carteggio. Ce ne siamo raccontate davvero parecchie, e in fondo potremmo continuare all’infinito, perché la nostra esperienza dentro quel “Partitone” non è stata una parentesi, ma una vita intera. Personalmente, se metto in fila la militanza effettiva, i percorsi di “carriera” e i ruoli tecnici di staff, mi rendo conto di aver passato quasi trent’anni – dalla mia prima tessera del 1972 fino alla caduta del governo D’Alema nella primavera del 2000 – dentro un universo totalizzante e autoriferito. Ogni mattina, per decenni, ho aperto gli occhi pronto a cibarmi di letture, battaglie ed esperienze vissute esclusivamente dentro quel perimetro. Oggi, con il linguaggio dei social, la chiameremmo una gigantesca bolla. Una bolla rassicurante, certo, ma pur sempre una prigione cognitiva.

Nelle nostre chiacchierate ci siamo detti una cosa fondamentale: che questa è una storia che non rinneghiamo, e a cui portiamo rispetto perché significa rispettare noi stessi e la nostra giovinezza. Ma di certo, neppure la rimpiangiamo. E devo dirti che più passa il tempo, più l’attuale deriva della sinistra conferma che abbiamo fatto bene a non voltarci indietro. Quei nodi irrisolti che vedevamo allora si sono incancreniti, diventando oggi patologie conclamate. Guardali oggi. Guarda i comportamenti ambigui, spesso apertamente ostili, nei confronti di Israele, dietro cui si maschera un antisemitismo di ritorno che fa rabbrividire chi, come noi, è cresciuto nel culto dell’antifascismo vero. Guarda l’assenza totale di spessore programmatico del cosiddetto “campo largo”, un’espressione che evoca cimiteri più che praterie, e che ha come unico, disperato collante la matematica elettorale per tornare al potere, senza avere mezza idea su cosa farci, con quel potere.
O pensa alla scellerata campagna per il “No” al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati: l’ultimo atto di sottomissione della politica al potere giudiziario, la firma in calce alla rinuncia definitiva di ogni garantismo.

Ma se devo dirti il momento esatto, l’istante preciso in cui ho capito che per quella sinistra lì non c’era più niente da fare, non devo citare un grande evento geopolitico o una scissione congressuale. Riguarda un episodio minore, quasi banale, ma per me illuminante come un lampo nel buio. Ti ricordi quando, diversi anni fa – sarà stato il 2006, 2007 – fondammo per gioco con Fabrizio Rondolino il gruppo Facebook “Siamo stati iscritti al PCI”? All’inizio fu un esperimento fantastico. Migliaia di persone, tutte le anime della sinistra italiana disperse dalla diaspora, che venivano allo scoperto senza remore. Un social rumoroso, vorticoso, sentimentale, dove ci si scambiavano foto di sezioni, vecchi manifesti, ricordi di comizi. Sembrava di aver ricreato la parte migliore di quella comunità: la memoria condivisa, l’ironia, l’affetto.
Noi volevamo che fosse solo quello: un dolce album di famiglia, senza alcuna pretesa di incidere sulla realtà o di ricreare qualcosa che era finito, morto e sepolto. Ma, a un certo punto, l’atmosfera cambiò. I racconti belli cominciarono a essere sopraffatti dall’ideologia, dal livore, da scontri all’arma bianca su ogni virgola del presente. La nostalgia si andava trasformando in rancore.

Lì capii che il virus era inestirpabile. Ne ebbi la conferma tombale quando, ingenuamente, proposi al gruppo un’idea che mi sembrava carina: “Ragazzi, perché non raccogliamo questi episodi di vita, le belle esperienze vissute nel Pci, e ne facciamo un libro?”. Mi sembrava una cosa divertente, un modo per dare finanche un pizzico di dignità letteraria a quelle memorie. La reazione fu di una violenza inaudita. Si scatenò l’inferno. Cominciarono a piovere insulti, accuse, dietrologie. Il tono dominante era: “Ecco, il solito Velardi! Vuole fare i soldi approfittando della nostra storia! Vuole speculare sui nostri ricordi! È un’operazione commerciale!”. Rimasi di sasso. Non era solo stupidità, era qualcosa di più profondo e antico. Era il riflesso condizionato del pauperismo moralista, l’idea che ogni iniziativa debba essere sospetta, che il denaro sia lo sterco del demonio, che chiunque provi a fare qualcosa di concreto stia sicuramente tramando alle spalle del “popolo”. In quel momento mi dissi: è finita. Quella storia è morta davvero. Non c’è più niente da fare se il sospetto e l’invidia sociale prevalgono su tutto, persino sulla voglia di raccontarsi.

Così abbandonai il gruppo. Anzi, ricordi? Lo abbandonammo insieme, e ne fondammo un altro per cercare di parlare d’altro, di futuro, di mondo. L’episodio è minore, lo so, ma testimonia una verità sgradevole che dobbiamo avere il coraggio di dirci in chiusura di questo libro: il problema della sinistra non riguarda solo i gruppi dirigenti, che pure sono mediocri. Riguarda una malattia ben più sostanziale di cui sono preda tanti militanti nostalgici, persone che si rifiutano di prendere atto di un mondo che cambia, che vivono nel risentimento verso la modernità e che trovano conforto solo nell’identificare un nemico, fosse anche un vecchio compagno che propone di fare un libro.
Noi, caro Chicco, da quella malattia – forse – siamo guariti. Quantomeno, scrivendoci queste lettere, abbiamo fatto una bella dose di vaccino contro il virus.

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Caro Claudio,
siamo all’ultima svolta e vorrei percorrerla facendo qualche conto. Addirittura con la storia, oltre che con la nostra esperienza. “Vi ricordate quel 18 aprile, d’avere votato democristiani, senza pensare all’indomani a rovinare la gioventù …”. Il 18 aprile è quello del 1948, quando il Fronte Popolare – comunisti e socialisti con la falce e martello e la faccia di Garibaldi nel simbolo – viene sconfitto dalla DC di De Gasperi, che poi governò con varie alleanze fino ai primi anni ’90. Quella canzone io l’ho cantata mille volte nei festival dell’Unità e nelle bicchierate che spesso seguivano le riunioni di sezione. Adesso mi diverto – ma è un divertimento serio – a fare una domanda scomoda, quando incontro qualche vecchio compagno: “Ma secondo te sarebbe stato veramente meglio se quel 18 aprile avessimo vinto noi?”. Ti lascio immaginare l’imbarazzo, ma devo dirti che i più onesti, lasciato in secondo piano ogni spirito di parte, mi rispondono: “Per fortuna ha vinto De Gasperi”.

Non c’è dubbio che la collocazione decisamente atlantica della DC degasperiana e dei suoi alleati sia stata la salvezza dell’Italia. Se avessimo vinto noi dove saremmo finiti? Sotto l’ombrello sovietico? Escluso direi. Forse saremmo diventati una specie di Jugoslavia povera e isolata. Ma quanto sarebbe durato? Questo serve anche a sottolineare come sia importante la collocazione internazionale dell’Italia. Da Cavour, che seppe portare Napoleone III dalla sua parte, a Mussolini, che fra i tanti errori e misfatti fece quello tragico e definitivo di entrare in guerra a fianco di Hitler. Ogni riferimento all’ Europa, a Trump, a Israele e all’ Ucraina è voluto e da meditare seriamente. Che quello – la collocazione internazionale dell’Italia – fosse anche l’handicap principale del vecchio PCI è oggi cosa quasi scontata. Ronchey lo chiamava il fattore K. E quello fu il cruccio di Berlinguer, che cercò di uscirne prima cercando la legittimazione con il compromesso storico, poi con la rinuncia al finanziamento sovietico al PCI, con l’intervista a Pansa sulla sicurezza datagli dall’ombrello della Nato, e ancora con il coraggioso discorso a Mosca di fronte ad una platea di dirigenti comunisti di tutto il mondo sul “valore universale della democrazia e del pluralismo”. Ma, ce lo siamo detti tante volte, quella generazione, quella prima di Occhetto, era troppo togliattiana per liberarsi da quel giogo mentale. A Togliatti Stalin offrì nel ’47 la carica di segretario del Cominform, l’organizzazione dei partiti comunisti di tutto il mondo, e in Russia c’era, e Google Maps mi dice che c’è ancora, una città a lui intitolata.

Quindi abbiamo sbagliato tutto ad essere stati comunisti? Beh, intanto lo eravamo un po’ a modo nostro. Democratici e molti di noi poco amanti, anzi per niente, dell’URSS. L’America certamente ci piaceva di più, anche quando pensavamo che fosse imperialista. Dell’America c’erano molte cose che amavamo incondizionatamente, a cominciare dalla musica, dal cinema, dai suoi scrittori, dell’URSS non amavamo proprio niente. Ma questa è un’affermazione un po’ ipocrita per sfuggire alla domanda. La mia risposta, come la tua, sta nel titolo di questo libro: “Non mi pento, ma non rimpiango”. Che fossimo dalla parte sbagliata della storia non c’è dubbio. Ma quanti sono stati sempre dalla parte giusta? Lo siamo stati con le migliori intenzioni, con molta generosità e anche con sacrificio. E non tutto quello che abbiamo fatto è stato sbagliato. Anzi. Nei momenti migliori abbiamo dato una mano alla modernizzazione di questo Paese. Abbiamo contribuito all’affermazione di diritti importanti, per i lavoratori e per i cittadini, abbiamo fatto circolare idee e coinvolto milioni di persone nel dibattito pubblico. Nei momenti più bui della storia italiana siamo stati un argine democratico insuperabile. Abbiamo sempre avuto ben piantata nelle nostre teste l’idea di un interesse nazionale e di una cosa pubblica da difendere e valorizzare al di sopra degli interessi di partito. Siamo stati persone “per bene”.

Ma restare attaccati a questo passato, rivendicare una coerenza che è lo scudo impotente di chi non vuole cambiare mentre tutto cambia intorno a lui, è veramente stupido oltre che inutile. Il perché questo succeda lo hai scritto tu ricordando Weber e la sua distinzione fra etica delle responsabilità e etica della convinzione. La seconda ti tiene al riparo, ti consola, è un placebo per la tua anima. La prima, l’unica che serve, ti espone e ti costringe a scegliere ogni giorno non ciò che desideri, ma ciò che è possibile. Nei momenti migliori della sua storia sia il PCI sia i suoi eredi hanno saputo scegliere la responsabilità. In questo nostro carteggio abbiamo ricordato alcuni di quei momenti. Ma alla fine, mi pare, “loro” hanno deciso di tornare al riparo. Hanno scelto la consolazione anziché la responsabilità. E quindi sono inutili.

Claudio Velardi e Chicco Testa

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