Chicco & Claudio
Chicco, Claudio e il Pci
Il feticcio della coerenza tra gli ideali sbandierati e la realtà che cambia: il caso D’Alema e il via libera ai bombardamenti Nato
24 – Avrebbe potuto dire “non nel mio nome”, ritirare l’Italia, far cadere il governo. Invece scelse di praticare l’etica della responsabilità
Caro Claudio,
nell’ultimo nostro scambio abbiamo discusso intorno al tema del “tradimento”, concetto assai usato ed abusato all’interno della storia del movimento operaio e di quello comunista in particolare. Sul versante opposto sta il concetto di “coerenza”, secondo molti valore primario, segno della onestà intellettuale di una persona.
Ma coerenza a che cosa? Nel recente film su Berlinguer il segretario del PCI affronta una discussione familiare e Bianca, sua figlia ancora adolescente, influenzata dalle contestazioni che molti giovani rivolgono alla linea del compromesso storico, chiede al padre se per caso non abbia ceduto rispetto al rigore che dovrebbe essere proprio del Partito Comunista Italiano. Berlinguer risponde rassicurandola, ma anche con una punta di fastidio, che i suoi ideali sono sempre quelli della sua gioventù. È di quegli anni anche la vignetta di Forattini che disegnava un Berlinguer in vestaglia e pantofole che legge il giornale disturbato dal rumore dei cortei che sente fuori dalla finestra. Recentemente Bersani ha ripreso questa questione rivendicando gli ideali della sua storia. Già: gli ideali, a cui bisognerebbe essere fedeli. Ma ognuno è fedele a suo modo, e qui sta il problema. Prendiamo l’ideale della pace. Chi può non condividerlo, a parte qualche sadico guerrafondaio?
Ma il problema inizia un minuto dopo quando si deve decidere “come” conservare la pace. Chamberlain che torna dall’incontro con Hitler, dopo avergli concesso quel che chiedeva, viene accolto in Inghilterra come un trionfatore per avere assicurato la pace. In realtà ha appena aperto la strada alle guerre hitleriane. L’Unione Sovietica in guerra con la Germania nazista avrebbe forse dovuto fare come Gandhi e alzare le braccia? E i partigiani della resistenza italiana? E D’Alema che dà il via libera ai bombardamenti NATO nel 1999, era contrario alla pace Questione che si ripresenta oggi drammaticamente, quando i pacifisti consigliano all’Ucraina di arrendersi. E quindi quali sono, o meglio come si declinano, gli ideali a cui restare fedeli? La coerenza per esempio è quella di un Almirante che rimane fedele agli ideali del fascismo ed è un valore da apprezzare (non il fascismo naturalmente, ma la coerenza) o va invece lodato l’incoerente Gianfranco Fini che a Fiuggi chiude il capitolo della storia del MSI? Cossutta che se ne va “fedele all’ideale” o Occhetto che prende atto della fine del comunismo? Credo non ci sia frase più vuota, retorica e inutile del “restare fedele ai propri ideali”.
Gli ideali sono assai facili da condividere, spesso raccolgono l’unanimità. Sono i mezzi con cui implementarli che dividono. E dividono perché implicano il giudizio, la scelta, l’assunzione di responsabilità. La capacità di leggere i tempi e le condizioni che cambiano. “Quando i fatti cambiano, io cambio la mia opinione. Lei che fa?”. La frase è attribuita, pare erroneamente, a Keynes. Il quale aggiungeva che “la cosa più difficile non è tanto persuadere la gente ad abbracciare le nuove idee, ma convincerla ad abbandonare le vecchie”. Nel nostro vecchio partito non sono mancati i riformatori. Lo è stato per molti versi Togliatti, lo è stato il Berlinguer degli anni ’70, lo è stato Occhetto nell’89. Ma le vecchie idee, le vecchie idee non i vaghi ideali, non sono mai state abbandonate del tutto e costituiscono una zavorra che lo ha rallentato e che oggi continua a far sentire i suoi effetti. E gli ideali rivendicati diventano solo un argomento polemico gettato in faccia agli avversari – quelli interni naturalmente, prima di tutto – per screditarli.
L’ultimo a pagare pegno a questa pessima abitudine è stato Renzi, che è stato anche l’ultimo innovatore di questo PD, erede mal riuscito del vecchio partitone. “Non è dei nostri”, si diceva, e questa frase pesava di più del giudizio sulle scelte di governo fatte e peraltro sempre approvate alla quasi unanimità. In realtà l’appello alla coerenza degli ideali è spesso solo un’aspirazione adolescenziale che impedisce di diventare adulti. O meglio un sudario sotto il quale nascondere la propria incapacità.
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Caro Chicco,
hai toccato un nervo scopertissimo, anzi direi il totem più ingombrante della nostra tribù politica: il feticcio della coerenza. Mentre ti leggevo, pensavo che in fondo la tua distinzione tra gli “ideali” (facili, astratti) e i “mezzi” (concreti, divisivi) non è altro che la riproposizione dell’eterno conflitto che Max Weber individuò tra l’etica della convinzione e l’etica della responsabilità. I nostri vecchi compagni sono rimasti inchiodati alla prima: “faccio ciò che il mio ideale mi detta, cascasse il mondo”, e se poi le conseguenze sono disastrose (vedi Chamberlain), la colpa non è mia ma del mondo che è cattivo e non mi capisce. Noi, o almeno quelli che hanno provato a governare la complessità, abbiamo cercato di praticare l’etica della responsabilità: quella per cui devi rispondere delle conseguenze delle tue azioni, non delle tue intenzioni. Come avvenne in occasione di un passaggio cruciale che citi: D’Alema e i bombardamenti NATO del 1999. Io c’ero, nelle stanze di Palazzo Chigi, a respirare l’aria pesante di quelle notti in cui la storia venne a bussare con la faccia feroce della guerra. E ti assicuro che non c’era nulla di “coerente”, nel senso banale e rassicurante del termine, in quello che stavamo facendo. Immagina il paradosso, quasi letterario: Massimo D’Alema, il primo Presidente del Consiglio ex comunista della storia d’Italia, l’erede di quel partito che aveva fatto della pace la sua bandiera intoccabile, si trovava davanti a un telefono che scottava. Dall’altra parte del filo c’erano Bill Clinton e Tony Blair, c’era l’Europa, e c’era soprattutto la tragedia della pulizia etnica nei Balcani.
La “coerenza” avrebbe suggerito una via d’uscita facile, quasi automatica: dire “non nel mio nome”, ritirare l’Italia, far cadere il governo e tornare in piazza a gridare: “Né con la NATO né con Milosevic”, godendosi l’applauso della base e salvando l’anima bella della sinistra. Sarebbe stato coerente? Sì. Sarebbe stato responsabile? No. Sarebbe stato un atto di vigliaccheria travestito da purezza. Invece D’Alema scelse l’abisso della responsabilità. Scelse di ordinare ai nostri aerei di decollare per bombardare una capitale europea, Belgrado, guidata da un uomo che si definiva socialista. Ricordo la tensione fisica di quelle ore, il tormento di dover spiegare a un popolo educato al pacifismo ideologico che governare significa talvolta scegliere il male minore (l’uso della forza) per impedire il male assoluto (il genocidio). Ricordo gli insulti nelle piazze “amiche”, gli striscioni contro D’Alema, la solitudine del leader che deve decidere sapendo di tradire la propria biografia per onorare il proprio dovere. In quel momento, la sinistra italiana perse l’innocenza, ma divenne adulta. Scoprì sulla sua pelle che la coerenza assoluta, quando hai il potere, è un lusso che non ti puoi permettere, a meno di non voler lasciare che il mondo bruci mentre tu ti specchi nella tua virtù.
Dobbiamo dirla tutta, però: questa malattia della coerenza non riguarda più solo la sinistra. Da tempo è diventata una specie di ossessione collettiva, alimentata dalla rete e da un giornalismo notarile e becero che ha smesso di pensare. Guarda Giorgia Meloni. Lei si è costruita il brand proprio su questo: “Io sono Giorgia, sono coerente, non cambio idea”. È diventata la campionessa mondiale della coerenza percepita. Poi però è arrivata a Palazzo Chigi e ha fatto i conti con la realtà. E giustamente, dico io, ha cambiato linea su quasi tutto: dall’Europa al bilancio, dalle trivelle alle banche. Ha fatto bene? Sì! Perché chi governa deve adattarsi al mondo che cambia, non restare impiccato ai comizi di tre anni prima. Peccato che quei comizi vengano sempre tirati in ballo dai giornalisti, che passano le giornate a spulciare gli archivi di Google o di Twitter per tirare fuori la frase di dieci anni fa – sue e degli altri politici – ed esclamare: “Eh, ma all’epoca avevi detto il contrario!”. E allora? Meno male che ha detto il contrario! Guai se pensasse oggi esattamente quello che pensava anni fa, prima di una pandemia, di due guerre e di una crisi energetica.
Detto tra di noi, non hai idea di quanto mi diano fastidio questi gazzettieri, instancabili censori del “l’avevi detto”, che rompono i coglioni al solo scopo di alimentare il micidiale corto circuito tra media e politica che domina la scena da decenni. E lo fanno sempre in nome della santificazione della “coerenza” (si intende: quella altrui, mai la propria, visto che loro cambiano padrone e opinione con la velocità del vento)!
Gli unici che rompono questo scenario ingessato sono quei politici che se ne fottono, ma davvero, del mito della coerenza, e proprio per questo fanno la differenza. Lo faceva, per dirne uno, Silvio Berlusconi. Lui aveva capito prima di tutti che la coerenza è una palla al piede, una gabbia per perdenti. Un giorno era liberale, l’altro statalista, un giorno amico di Putin, l’altro atlantista di ferro. E la gente lo votava lo stesso, perché percepiva il suo vitalismo, la sua capacità di sintonizzarsi sul “qui e ora”, fregandosene dell’archivio stampa. O pensa a un gigante come Winston Churchill, che cambiò partito due volte nel corso della sua vita e a chi lo accusava di incoerenza rispondeva sornione: “Cercare di essere coerenti è la preoccupazione degli sciocchi. Meglio essere giusti che coerenti”. Ecco, questi leader giocavano in attacco. Mentre gli altri stanno lì a misurare col righello le contraddizioni, l’incoerente di talento è già scappato via con il pallone. Così chi ha la forza di trascinare gli altri con la potenza degli argomenti del momento (non di quelli di ieri), vince.
Insomma la verità, caro Chicco, è che l’ossessione per la coerenza è la maschera della paura. La paura di governare, la paura di sbagliare, la paura di diventare grandi. Chi rivendica di non aver mai cambiato idea in cinquant’anni non è un eroe: è un fossile. Molto più apprezzabile chi usa consapevolmente l’incoerenza come arma di libertà, come un sasso lanciato in acque stagnanti.
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