La festa delle illibertà
Il 25 Aprile dei fascisti col fazzoletto rosso
Se tre indizi fanno una prova, la prova ormai c’è. Certa, lampante, inconfutabile. Negli ultimi tre anni la celebrazione del 25 Aprile è diventata la passerella della protervia antisemita, dell’odio per l’Occidente, della collusione con regimi dispotici, della catastrofe etica di una sinistra che ha scelto come sua icona Francesca Albanese, la finta avvocata che scappa quando sente puzza di Liliana Segre. Mi chiedo e chiedo, pertanto, a tutti coloro che amano davvero la libertà: ha ancora senso partecipare a eventi e cortei organizzati da una associazione di ex partigiani i cui vertici rifiutano le bandiere ucraine e tollerano, invece, quelle dei proxy dell’Iran?
A questo punto, viene da dire, ridateci Silvio Berlusconi. Ridateci il Berlusconi del discorso tenuto il 25 Aprile del 2009 a Onna, cittadina simbolo del terremoto in Abruzzo. A mio parere, uno dei discorsi più impegnativi e intellettualmente onesti pronunciati dall’allora presidente del Consiglio, in cui l’appello a superare una storica divisione non sminuiva le ragioni dei vincitori e i torti dei vinti. Per la prima volta, infatti, egli riconosceva apertamente il contributo decisivo della Resistenza alla nascita della democrazia repubblicana. Allora fu sommerso da un mare di polemiche, e liquidato come espressione di un inaccettabile revisionismo storico. Quel discorso, che proponeva di trasformare la Festa della Liberazione in una Festa della Libertà, avrebbe invece meritato una più meditata accoglienza, in quanto affrontava una questione cruciale: in che senso la Libertà (con la maiuscola) deve essere considerata il valore più alto e irrinunciabile della convivenza umana (come pensava Kant).
Essa, infatti, è la condizione perché questa o quella libertà (con la minuscola) si dia. Può quindi decidersi per il bene come per il male, con sovrana indifferenza. Addirittura può rovesciarsi nell’atto che la nega o l’annulla. Insomma, la libertà -come ben sapeva il Dostoevskij lettore di Pascal- viene prima del bene e del male. Attenzione, però. Perché, come scrisse in un saggio pubblicato nel 1923 il filosofo russo Nikolaj Berdjaev, lo stesso Dostoevskij “più profondamente di ogni altro ha compreso che il male è figlio della libertà. Ma ha compreso pure che senza libertà non c’è il bene. Anche il bene è figlio della libertà. A ciò si ricollega il mistero della vita individuale e il mistero del destino dei popoli. La libertà è irrazionale e perciò può creare sia il bene sia il male. Ma ricusare la libertà per il fatto che può produrre il male, significa produrre un male ancora più grande” (“La concezione di Dostoevskij”, Einaudi, 2002).
Da ciò si deduce che, per l’autore di “Delitto e castigo” (come, appunto, per il filosofo delle tre “Critiche”), la libertà rappresenta le fondamenta dell’edificio umano, e che i suoi inquilini sono disposti a patire ogni sofferenza che il mondo può infliggere pur di sentirsi liberi. Ciò non accade sempre, ovviamente, ma dovrebbe valere sempre. Almeno per chi non ancora ha perso il lume della ragione, come i fascisti col fazzoletto rosso.
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