A una svolta nella vita – la morte della moglie e della figlia ammazzate durante una rapina mentre lui era con l’amante – l’avvocato Andrea (che si chiami di cognome Massimi lo sapremo solo verso la fine) si trasforma in un barbone. Uno straccione di quelli più dannati tra altri dannati. Un’esistenza ai limiti dell’umano. Nell’inferno del mondo. Questa è la premessa di “Essere o non essere – La nuova indagine del re degli stracci” (La Nave di Teseo), questo brillante romanzo di Stefano Vicario, ben noto regista televisivo, qui alla terza prova. Va detto subito che questo è uno di quei romanzi – come si dice – che “ti prendono”. Scritto con stile essenziale, per brevi capitoli, “Essere o non essere” si comincia e non lo si lascia finché non lo si è finito. E anche se affiora qua e là un certo buonismo che definiremmo “romano”, questa è una storia dura che qui si snoda con occhio sociologico: il mondo di pezzenti sfruttati da una criminalità senza scrupoli è descritto con vividezza “cinematografica”. «Andrea si alza di scatto, facendo un gesto come a scrollarsi di dosso l’angoscia che l’attanaglia. Sì, sono incapace. Incapace di tornare a un’esistenza normale, di fare felice chi mi vuole bene. Perché ho fatto troppo male nella mia vita di prima per riprovarci ancora. Meglio restare un barbone, un barbone zozzo e schifoso solo come un cane, che non deve niente a nessuno. E giocare all’investigatore per non pensare».

E dunque il nostro ex avvocato Andrea, ormai pezzente tra pezzenti, cerca una sua redenzione al limite della sua stessa sopravvivenza. Come sanno bene gli animali, procurarsi il cibo non è facile. L’antidoto al crollo completo è il residuale uso della ragione. Egli riceve da una sorta di fattucchiera cieca il compito di appurare che fine abbia fatto il giovane moldavo Maksim, compagno di Micio, che con Lello, il vecchio Aldo e lo stesso Andrea condivide gli scompartimenti di un vecchio treno abbandonato all’estrema periferia di Roma. L'”indagine” conduce Andrea in un mondo materialmente e moralmente schifoso, dentro un’organizzazione criminale che fa fior di soldi con le scommesse su dei poveracci che se le danno di santa ragione in “combattimenti” bestiali. Le trucide scommesse sono organizzate da un tale su una carrozzina chiamato beffardamente Tenerezza, uno che molla bastonate con la sua gruccia, un essere immondo che col suo istinto criminale intuisce che Andrea è un potenziale nemico. In questi combattimenti animaleschi spesso qualcuno ci rimette la vita: forse anche Maksim? È quello che il protagonista vuole appurare facendosi arruolare in questo circo allucinante, riducendosi a pulire le schifezze del luogo sordido in cui si organizza tutta quella tremenda attività. Ma abbiamo già scoperto che Andrea ha dentro di sé un assillo che ha contribuito a mandarlo fuori di testa: questa spina che ha conficcata nel cervello si chiama Anna Ungaro, sostituto procuratore, con la quale aveva avuto una storia passionale. Lui dunque insegue il fantasma di lei. Riesce a lasciarle sulla scrivania, introducendosi nel Tribunale di Roma, struggenti biglietti d’amore. Per Anna è un enigma: non capisce chi sia l’autore di quelle parole così toccanti. O forse sì.

Nella vicenda si susseguono anche le peripezie degli altri poveracci, Lello, Micio, il vecchio Aldo che sta malissimo: e alla sporcizia “di fuori” corrisponde un candore “di dentro” quasi zavattiniano. La storia va avanti fino al sorprendente epilogo di riscatto che fa capire meglio la classica antinomia del titolo: Andrea è o non è? È la vita, sembra volerci dire Vicario, che s’incarica di fare prevalere l’essere sul non essere (o se vogliamo sull’avere), e vai a capire perché.