Il biennio ‘68-’69 guadagna alla cultura del cambiamento, per il periodo della sua affermazione, della sua ascesa,
l’egemonia. Un grande studioso della civiltà e dei cambiamenti a lungo termine, Fernand Braudel, nel suo lavoro,
Espansione europea e capitalismo, ha scritto: «Il ‘68 ha scosso l’edificio sociale, infrangendo abitudini, vincoli e anche forme di rassegnazione, il tessuto familiare e sociale ne è stato a sufficienza lacerato da determinare il crearsi di nuovi generi di vita a tutti i livelli della società. In questo senso si è trattato di una vera e propria rivoluzione culturale». Un polo rivendicativo convive nel movimento con un polo rivoluzionario, un movimento cementato dal dilagare di un antiautoritarismo che cova istanze libertarie ed egualitarie. Lo spirito del suo tempo è radicale. Lo riassume lo slogan degli studenti parigini. Cosa vogliamo? «Vogliamo tutto». E tutto sembra possibile. Il movimento ha due diramazioni principali: la coscienza dello sfruttamento del lavoro e l’aspettativa di liberazione della persona, il noi e l’io. La prima genera un conflitto sociale senza eguali. Le rivendicazioni salariali di riduzione dei ritmi e dei carichi di lavoro, di controllo del processo di lavoro e produttivo dilagano in tutte le fabbriche e nelle campagne e alimentano la pratica e la domanda di un potere operaio.

Emerge forte e diffusa la rivendicazione di una diversa vita lavorativa, di una diversa qualità della vita. La contestazione della presunta scientificità dell’organizzazione capitalistica del lavoro sopporta l’affermazione di una più generale e potente critica alla neutralità della scienza e della tecnica. L’intero impianto dei rapporti sociali ne è scosso dalle fondamenta. Il noi diventa movimento. Sull’altro lato si affacciano prepotentemente le aspirazioni individuali, le aspettative di liberazione della persona che si espandono con la contestazione dell’autorità. Con la ribellione alla società dei padri, nella scuola come nella famiglia. Quando il femminismo darà un orizzonte teorico-pratico a una nuova domanda di liberazione, sarà ancora una rivoluzione culturale. Nel grande fiume di una ribellione di massa si mescolano, e si contrastano anche, ma intanto si potenziano le istanze di liberazione, in un movimento che realizza grandi conquiste, che cambia la società. Più in generale, due componenti culturali e politiche sono presenti da sempre nel movimento, a partire dallo stesso biennio ‘68-’69, la componente rivoluzionaria e quella modernizzatrice, la tendenza anticapitalistica e quella contro la società dei padri, la tendenza che vuole trasformare la società capitalistica e la tendenza che vuole abbattere il mondo antico. Nel tempo dell’ascesa le due tendenze si mescolano e fanno più forte il movimento che dura e che, in una sua interpretazione sociale, durerà anni e anni. In Italia non lo blocca né lo stragismo né l’affacciarsi della crisi economica e del suo uso capitalistico. Subito dopo l’immensa manifestazione per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, nell’autunno del ‘69, mai Roma ne aveva visto l’eguale, c’è la strage di piazza Fontana che avvia la strategia della tensione, l’attivazione del doppio stato, un uso sistematico della violenza contro il movimento e la democrazia. Dopo il rinnovo del contratto del gennaio 1970 e, subito dopo, l’approvazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori, in una sequenza che colpisce al cuore il vecchio sistema di relazioni sociali, c’è l’apertura della crisi economica del 1971. Si comincerà a sperimentare lì l’uso politico da parte del sistema della crisi per ripristinare il regime della compatibilità messo in discussione dal movimento. L’operazione di sistema, che sarà ripetuta e potenziata in ogni successiva crisi economica, questa volta non riesce. Il movimento riprende il suo cammino verso le grandi conquiste sociali che negli anni 70 cambieranno l’Italia come mai era accaduto.

[Prima parte. Continua]

Fausto Bertinotti