Palermo, estate, cinema, traffico, sirene, granite, ocra delle case. Poi, finalmente, Franco Maresco, il regista. Insieme al bar, il primo luogo che dia l’impressione della salvezza dal caos ininterrotto; laggiù, l’infilata del porto, e poi navi, coccinelle sopravvissute alla primavera, cielo turchese di marca tunisina. Esattamente Maresco, un maestro che, dapprima con Daniele Ciprì, ora in proprio, soltanto con la forza dello sguardo e della propria voce inconfondibile, ci consegna pezzi di cinema impagabile, irregolari, privi della presunta grazia gentile dell’altrove comune filmografia per anime belle e edificanti, La mafia non è più quella di una volta, l’ultimo lavoro fino a noi pervenuto. Palermo adesso, nel nostro istante micro-epocale, se non l’ho ancora detto, è solo un cantiere che ulula l’attesa della metropolitana cittadina, martelli pneumatici, camion, ambulanze che dal centro residenziale cercano varchi verso la Marina, il Foro Italico, la perdita d’occhio dell’ospedale “Civico” e dei cimiteri. Il caos inenarrabile delle opere pubbliche in via di realizzazione ci terrà così compagnia per l’intera mattinata.

Sulla facciata a strapiombo davanti al nostro bar-rifugio, dimora dei baroni Planeta, a guardar bene, appare il castone spiovente di una bomba, frammento, reliquia, particola di un ordigno piovuto dal cielo sulla città il 5 aprile del 1943, quando anche la casa dei principi di Lampedusa ebbe la propria rovina. Così nelle parole dello sfortunato scrittore: «Nel soffitto gli Dei, reclini su scanni dorati, guardavano in giù sorridenti e inesorabili come il cielo d’ estate. Si credevano eterni: una bomba fabbricata a Pittsburgh, Pennsylvania, doveva nel 1943 provar loro il contrario» (Il gattopardo). Intendiamoci, non è la città aristocratica, quella “seduta in pizzo”, e mai disposta a “scendere dalla sella”, propria degli eredi dei viceré dai cognomi giunti dalla Spagna astrale, eppure pronti a essere storpiati dal comune sentire verbale, ciò che umanamente, filmicamente è caro all’occhio di Maresco, dove Cruillas – cioè i principi di Palagonia – diventa Crullisi, e Maqueda – dal viceré Bernardino de Cardines, duca di – diventa Maccueda… Maresco pretende per sé la Palermo delle “aranc’ ‘n tierra”, le arance cadute per terra direttamente dall’albero, lì a indicare l’umanità ignobile giunta dalla preistoria sub-proletaria, umanamente più complessa d’ogni “plebe” partenopea.

Poteva mai Franco Maresco, lunga barba mistica da dipinto di El Greco, volto da dolente dignitario di corte “all’entierro” del Conde de Orgaz da immaginare magari nel Bosco della Ficuzza, non esordire con una propria nota vittimistica? Vera o falsa, legittima o nevrotica che sia, la sua opinione, vale comunque oro. Con la maggiore età l’uomo, il regista, il palermitano dovrebbe aver tuttavia compreso che si è governati da leggi ignote, come prova a spiegare Kafka. Dunque poco stupore se la sua più recente opera, proprio l’immenso La mafia non è…, benché onorata a Venezia con il Premio speciale della Giuria e un’alluvione di applausi, da un certo punto in poi, abbia trovato silenzio e tombale disinteresse da parte delle istituzioni cinematografiche, Rai Cinema su tutte. Ancor più avvilente che per mesi e ancora mesi sempre Maresco abbia avuto difficoltà a conferire perfino telefonicamente con i dirigenti del servizio pubblico preposti alla cura del cinema. Dettagli, miserie, eppure soprattutto cose amare per chi voglia “montare” infine un proprio film.

Peccato ancora non avere con noi, seduti intorno allo stesso tavolino, Ciccio Mira e l’impresario Matteo Mannino, gemme del suo ultimo lavoro, perle umane infrante ancor di più di Palazzo Lampedusa, e intanto che lamentiamo l’assenza del Mira e del Mannino, che stanno al cinema di Franco M. così come Marlon Brando e Robert Redford stanno a Hollywood, tornano in superficie ulteriori considerazioni sulla cattiva sorte toccata al suo film. Impeccabile Paese cinematografico, l’Italia. Un Maresco, cui dobbiamo un’opera di fiammeggiante dolore, La mafia non è più quella di una volta (da poche settimane, per fortuna, in programmazione sulla piattaforma MioCinema), sconta il subalterno conformismo di coloro che temono di addolorare i palafrenieri delle istituzioni cinematografiche. Incantevole paese, l’Italia cinematografica, non soltanto resta in silenzio quando il film di Maresco, con l’alibi di una presunta diffamazione verso il presidente Mattarella, si ritrova a essere occultato, ma mostra perfino una convinta difesa d’ufficio dei santuari ufficiali, così a conferma dell’abisso. Si tratta, forse, dei medesimi signori che sempre trovano parole di elogio per ogni pellicola che i cuccioli veltroniani dovessero mettere al mondo delle sale, i Pif, le Archibugi, i Virzì, l’intera comitiva del pensiero edificante? Nel deserto d’amor proprio, fantasia e vero narcisismo, giungono, come angeli di stucco del Serpotta, a supportare Maresco le parole del compianto Carmelo Bene: «Bisogna essere minoranza per sparare al pensiero, trasformarlo in depensamento. La minoranza cui mi riferisco è quella stessa di cui parla Deleuze quando scrive che i veri grandi autori sono i minori, gli intempestivi, coloro che non interpretano il loro tempo. Teniamoci lontani dal nostro tempo, lontani da questo sociale che ci frana addosso come una montagna di nulla».

Addirittura, per denunciare l’accaduto, nei giorni scorsi, Maresco ha indetto una tragica conferenza-stampa, accanto a lui Antonio Ingroia e Letizia Battaglia. Inutile spiegare che, agli occhi di molti, Ingroia ha lo stesso effetto di uno zampirone, quanto invece alla fotografa Letizia Battaglia, eroina del film mutilato nelle sale, bravissima nel rassicurarlo, che noia però la sua perenne difesa del sindaco Leoluca Orlando, figura politica di cui fuori dalla Conca d’Oro non si ha più contezza alcuna. Intendiamoci, c’è chi ritiene Maresco un crudele raccoglitore di “mostri”, un addestratore di umane blatte panormite, quasi sia inaccettabile avere salvato dall’anonimo “fango” del sotto mondo cittadino i volti del signor Giordano, del ciclista Tirone, dei fratelli Abbate, di Cirrincione, il flatulente Paviglianiti, dello stesso Cristian Miscel, il giovanissimo cantante neomelodico che narra di avere ricevuto in sogno da Falcone e Borsellino la richiesta di impegnarsi nell’arte che gli è propria, la melodia, e i molti altri ancora che inaccettabilmente qui dimentichiamo di citare. Quasi che perfino la sua voce fuori campo ne irridesse con crudeltà i limiti, l’ignoranza, le tare; che pena pensare che Maresco non possa concedersi ogniqualvolta ne abbia voglia un proprio nuovo film, per amor di carotaggio dell’abisso di una città da altri definita “irredimibile”…

In questo senso, va detto, personalmente, nutro un astio particolare verso la sua persona: da almeno quattro anni, l’uomo, l’amico, il regista afferma di avermi opzionato per interpretare il ruolo del principe produttore cinematografico in una pellicola a venire; anche questa, sia detto, a sua volta inabissata nelle secche della burocrazia e dell’indifferenza istituzionale, si tratterebbe di risiedere nella sua Palermo per la durata della lavorazione, un supplizio, vuoi però mettere con la certezza di sfigurare sotto la sua firma? Il mio accento comunque “borghese”, sebbene temperato nel dialetto, che sorte avrebbe accanto alla “parlata” animalesca dei sicuri comprimari? Se ho compreso bene, si tratterebbe di una sorta di seguito di Belluscone. Nell’attesa che Maresco ottenga un cenno dai signori dormienti di Rai Cinema, confidiamo nella nostra pregiata convocazione per il primo ciak.

Nato a Palermo nel 1956. Scrittore, critico d’arte e inventore della web-tv Teledurruti, ha pubblicato, fra l’altro, i romanzi Zero maggio a Palermo (1990), ripubblicato dalla Nave di Teseo nel 2017, Oggi è un secolo (1992), Dopo l’estate (1995), La peste bis (1997), Teledurruti (2002), Quando è la rivoluzione (2008), Intanto anche dicembre è passato (2013). E ancora, Il ministro anarchico (2004), Sul conformismo di sinistra (2005), Pasolini raccontato a tutti (2014), Roma vista controvento (2015), LOve. Discorso generale sull'amore (2018) e Quando è la rivoluzione (2018). Nel 2010 ha dato vita al movimento Situazionismo e Libertà, il cui simbolo è disegnato da Wolinski. Nel 2012, a Parigi, il Collège de ‘Pataphysique lo ha insignito del titolo di Commandeur Exquis de l’Ordre de la Grande Gidouille.