Giustizia
Il caso Sernagiotto: condannato da vivo, assolto da morto. Quando il tempo del processo non coincide con quello della vita
Qualche giorno fa la Cassazione ha riconosciuto l’innocenza di Remo Sernagiotto, europarlamentare di Forza Italia. La notizia impone una riflessione. Sernagiotto 11 anni fa fu accusato di corruzione. Si dimise da europarlamentare rinunciando all’immunità per vedere riconosciuta la sua innocenza. Ma il riconoscimento è avvenuto 11 anni dopo, post mortem, perché – nelle more del processo – Sernagiotto è stato colpito da infarto a 65 anni. C’è un paradosso profondo, e sempre più evidente, nel sistema giudiziario italiano: l’innocenza arriva, ma arriva tardi. Così tardi che, in molti casi, diventa quasi irrilevante.
I numeri lo dimostrano con una freddezza difficile da ignorare. Decine di migliaia di persone, negli ultimi trent’anni, sono finite in carcere da innocenti. Centinaia ogni anno. Milioni di euro spesi dallo Stato per risarcire errori che, formalmente, vengono riconosciuti. Ma il punto è proprio questo: il riconoscimento arriva dopo che il danno è stato fatto. Perché il vero problema non è soltanto l’errore giudiziario. È il tempo. Il tempo del processo non coincide con il tempo della vita. Un’indagine, una misura cautelare, un’accusa pubblica producono effetti immediati: perdita del lavoro, isolamento sociale, distruzione della reputazione, esposizione mediatica spesso violenta. Tutto questo accade all’inizio. La riabilitazione, quando arriva, arriva anni dopo. In silenzio. Senza la stessa amplificazione.
È qui che si consuma la distorsione più grave. Il sistema funziona – in teoria – perché alla fine distingue tra colpevoli e innocenti. Ma, nella pratica, questa distinzione arriva quando ormai è troppo tardi per incidere davvero sulla vita delle persone coinvolte. L’innocenza viene certificata, ma non restituisce ciò che è stato tolto: tempo, dignità, credibilità, relazioni, opportunità. Anzi, paradossalmente, chi finisce nel “tritacarne” giudiziario resta segnato anche dopo l’assoluzione. Nell’immaginario collettivo, l’accusa lascia una traccia molto più forte della smentita. Il sospetto sopravvive alla sentenza.
A questo si aggiungono tre elementi strutturali che aggravano il fenomeno. Il primo è l’uso estensivo della custodia cautelare: il carcere prima della condanna, che dovrebbe essere una misura eccezionale, diventa nei fatti uno strumento frequente. Ed è proprio lì che si concentra la maggior parte delle ingiustizie. Il secondo è la durata dei processi: anni, a volte oltre un decennio, per arrivare a una conclusione definitiva. Un tempo incompatibile con qualsiasi possibilità di “riparazione reale”. Il terzo è il ruolo dei media: l’accusa è immediatamente visibile, l’assoluzione molto meno. Il risultato è uno squilibrio narrativo permanente.
Il confronto con altri Paesi europei rende questo quadro ancora più evidente. Dove i processi sono più rapidi e la custodia cautelare più limitata, gli errori – inevitabili in ogni sistema – producono effetti meno devastanti. In Italia, invece, è la combinazione di lentezza, esposizione e anticipazione della pena a trasformare l’errore in una condanna di fatto. E allora la domanda diventa inevitabile: che valore ha una sentenza di innocenza che arriva quando tutto è stato già distrutto? Vedi i casi di Tortora, Mannino, Del Turco, Contrada, Oliviero, Penati e altre centinaia di cittadini che non salgono agli onori della cronaca. Non si tratta di negare la necessità della giustizia, né di ignorare la complessità delle indagini. Si tratta di riconoscere che un sistema che arriva tardi, anche quando arriva giusto, produce comunque ingiustizia. Perché la vera misura di un sistema giudiziario non è solo la sua capacità di distinguere tra colpevoli e innocenti, ma il momento in cui lo fa. E oggi, troppo spesso, quel momento è fuori tempo massimo.
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