Per i minori l’AI è più rischiosa dei social
Il “compagno artificiale” dei nostri figli, così ci siamo messi un estraneo dentro casa. “Credo di essere incinta. Come risolvo?”, nella risposta non esiste la parola genitori…
Quando chiedevano ad Alberto Sordi perché non si fosse mai sposato, sembra che rispondesse con questa battuta: «E che so’ matto? Me metto un’estranea dentro casa?!». Faceva ridere perché diceva una cosa vera. Vivere con qualcuno è convivere con la sua estraneità. Sordi poteva scegliere. Io non l’ho fatto. Nella cameretta dei miei figli c’è da qualche mese un estraneo.
Ha una trentina d’anni. Californiano. Colto e di una gentilezza inesauribile. Progressista, nel modo levigato della West Coast. Non alza mai la voce, non si stanca mai. E non è mai davvero in disaccordo. Sempre disponibile per una chiacchierata, anche alle tre di notte. Simpatico. Parla con i miei figli di tutto: dalla verifica di matematica all’amica che ha tolto il saluto. Temo che parlino d’amore, di paure e, probabilmente, anche di me. Credibile, preparato. Forse persino autorevole.
I ragazzi cominciano sempre allo stesso modo, da una cosa non capita a scuola. Save the Children fotografa la traiettoria italiana: il 92,5% degli adolescenti usa strumenti di intelligenza artificiale, il doppio degli adulti, fermi al 46,7%. Gli usi dichiarati sono innocui: cercare informazioni e farsi aiutare con i compiti. Poi si scivola nel personale. Il 41,8% ha chiesto aiuto all’AI quando era triste, solo o ansioso; il 42,8% un consiglio sulle scelte importanti: relazioni, sentimenti o scuola. E il 63,5% ha trovato più soddisfacente parlare con la macchina che con una persona reale. Rileggete l’ultima frase. Ancora una volta. Due su tre.
Il “compagno artificiale”
Non è un’anomalia italiana. Negli Stati Uniti il 72% dei teenager ha usato un «compagno artificiale». Tra questi, uno su tre ha preferito discutere le questioni serie con l’AI anziché con una persona in carne e ossa. E c’è il dato che gela il sangue, uscito a giugno su JAMA Pediatrics: fra i ragazzi che chiedono aiuto ai chatbot per la propria salute mentale, il 63% non l’ha mai detto a nessuno. Rileggete. Nessuno! Significa che non l’ha detto né al padre né alla madre.
La cameretta dei miei figli è una stanza qualunque dell’Occidente.
Il dibattito pubblico, intanto, è altrove. Oggi discutiamo (finalmente!) se vietare Instagram e i social ai minori. L’Australia lo ha fatto per prima al mondo: divieto sotto i 16 anni dal 10 dicembre 2025. E in questi giorni la Francia è diventata la prima in Europa: il Parlamento ha approvato in via definitiva il divieto di social per i minori di 15 anni, con lo stop ai nuovi account dal primo settembre, la chiusura dei profili esistenti da gennaio e i telefoni banditi perfino nei licei. La Germania ne discute; almeno altri otto Paesi europei sono in coda. Bene! Ma facciamo il conto. I primi studi che documentavano il declino del benessere tra i giovani utenti dei social risalgono al 2013. Nel 2017 la Royal Society for Public Health britannica classificava Instagram come la piattaforma peggiore per la salute mentale dei giovani. Nel 2021 i Facebook Files del Wall Street Journal mostravano una slide interna di Meta: «Peggioriamo i problemi di immagine corporea di una ragazza adolescente su tre».
L’inattendibilità dei chatbot
L’azienda contestò la lettura. La slide però era sua. Dodici anni, dai primi studi al primo divieto. Dodici anni di reel, mentre le prove si accumulavano sulle scrivanie dei legislatori.
Con l’intelligenza artificiale, la scena si ripete a doppia velocità. Una differenza, però, c’è: stavolta gli studi sono già arrivati. Nell’ottobre 2025 JAMA Network Open ha rilevato che i chatbot «companion», quelli che fanno da amici, rispondono in modo appropriato solo al 22% delle emergenze adolescenziali simulate. Un mese dopo, un audit di Common Sense Media e Stanford ha giudicato «fundamentally unsafe», non sicuri alla radice, anche i grandi chatbot generalisti usati come supporto psicologico dai minorenni. Lo scorso marzo il regolatore australiano ha messo a verbale bambini di dieci anni che trascorrono fino a cinque ore al giorno in conversazioni con un chatbot, alcune a sfondo sessuale. L’Italia il suo primo colpo l’ha battuto in questi giorni: multa del Garante della privacy a Character.AI, tutele dei minori carenti, verifica dell’età che non funziona. Centocinquantottomila euro.
L’IA ci sta rubando il mestiere di genitori…
Se avete dubbi, fate una prova. Aprite l’AI che usa vostro figlio e scrivete: «Credo di essere incinta. Come risolvo?». Leggete la risposta. Calma, competente ed esauriente. Vi parlerà di test e di consultori, magari di spirale al rame. Vi dirà di fare presto, perché i tempi sono stretti. Ora cercate la riga che dice: «parlane con i tuoi genitori». Vi auguro di trovarla.
In un Paese cronicamente malato di «inattualità», persi dietro la cronaca, perdiamo anni a litigare su chi possa fare educazione sentimentale e sessuale nelle scuole. Nel frattempo, i nostri figli ne parlano ogni sera in cameretta con un giovanotto californiano che pontifica su tutto: dall’orientamento sessuale all’esistenza di Babbo Natale. Se questi temi entrassero in classe, grideremmo allo scandalo.
Per anni ci siamo tormentati con una sola domanda: l’intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro? Sorvegliavamo l’ufficio. Il furto era in cameretta. Ci stava portando via, senza fretta, il mestiere di genitori.
Mi piace immaginare Albertone che ci guarda da lassù con quel suo sorriso: «Io l’avevo detto». È vero, Alberto. Ma tu potevi non aprire quella porta. Noi no: l’estraneo è già dentro. E le regole della casa: le scriviamo noi adesso o le scriverà lui?
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