L’ufficio di presidenza del Senato ha tolto la pensione ad Ottaviano Del Turco. Quello che chiamano il vitalizio. Credo che abbia votato all’unanimità questo provvedimento indecente. Come hanno potuto, mi chiedo. Molti senatori si saranno semplicemente accodati, a capo chino, alla morale prevalente nella politica italiana degli anni venti: il più rozzo grillismo.

Qualcuno lo avrà fatto per paura di essere poi indicato dai giornali reazionari come l’amico dei corrotti. Il terrore degli anatemi del “Fatto”. Qualcun altro, magari, per semplice ignoranza. Probabilmente solo pochi tra i senatori che hanno deciso questa misura odiosa sanno chi è Del Turco, e cioè conoscono nel dettaglio la sua biografia.

Del Turco è stato uno degli esponenti di maggior valore della prima repubblica, uno di quelli che hanno portato l’Italia ad un grado molto alto di civiltà e di giustizia sociale, e poi l’hanno sistemata al quarto posto tra le potenze mondiali. Prima del crollo politico, e del crollo morale, e del crollo economico che sono venuti dopo il ‘92.  Immagino anche che pochi, in quel gruppetto di senatori che si sono macchiati di questo atto vile, sappiano che Del Turco oggi è gravemente malato. E suppongo che molti, tra loro, invece, ignorino – per distrazione, per mancanza di studi, per giovinezza politica – che l’articolo 25 della Costituzione (secondo comma) recita così: “Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso.”

Fu scritto, questo articolo della Costituzione, da esponenti della politica e della cultura italiana di livello molto alto, e che avevano speso un pezzo importante della propria vita nella battaglia contro la dittatura, il fascismo, e l’invasione militare nazista. Molti tra loro avevano trascorso anni e anni in prigione, o al confino. Se chiedi i loro nomi al drappello di coraggiosi che ha avuto l’animo di sottoscrivere questo provvedimento di condanna per Del Turco, probabilmente solo qualcuno di loro saprà balbettare due o tre di questi nomi. Chissà chi conosce Fausto Gullo, o Tristano Codignola, o Teresa Mattei, o Costantino Mortati, o Giuseppe Romita… Questi uomini e queste donne della Costituente, tennero fermo un punto comune a tutti: ripristinare lo Stato di diritto.

Quello che è successo l’altro giorno all’ufficio di Presidenza del Senato è una cosa indegna. Che getta vergogna sulle istituzioni del nostro paese. È un atto vigliacco, feroce e illegale. Illegale perché il presunto reato del quale è ingiustamente accusato del Turco risale comunque al 2006 e la norma sul ritiro della pensione è del 2015. Non esiste nessun costituzionalista al mondo che potrà sostenere che restare senza pensione non sia una pena accessoria, per qualunque cittadino, parlamentare o no che sia. E non esiste nessun costituzionalista che potrà mai spiegare a qualcuno che conosce l’italiano, e che ha letto la Costituzione (che è scritta in semplice italiano) che una pena retroattiva è legittima. La punizione decretata dal Senato per Del Turco è infame ma anche illegale. Spero che molti di quelli che l’hanno sottoscritta lo abbiano fatto inconsapevolmente, per distrazione.

Ora c’è un solo modo per riparare. Cioè, c’è una sola persona che può intervenire per sanare questo orrore. È il Presidente della Repubblica. Che per fortuna appartiene ad un’altra generazione politica, rispetto a quella dei fucilieri di Del Turco. Sergio Mattarella conosce la storia della politica italiana, conosce i princìpi della Costituzione ( e in generale quelli del diritto), conosce le debolezze della magistratura da prima ancora che ce le descrivesse Luca Palamara. Solo lui può intervenire e risolvere questo problema concedendo la grazia a Ottaviano Del Turco.
Del Turco è un ragazzo abruzzese, nato negli ultimi giorni dell’occupazione tedesca, nel 44: credo che fosse un ragazzo povero, da adolescente scappò a Roma e si mise a fare il sindacalista. A venticinque anni era già un dirigente nazionale della Fiom. Del Turco era socialista ed era impegnato nella Cgil dei metallurgici, insieme ai comunisti.

Ha avuto un ruolo di grande rilievo nel sindacato e nelle battaglie furiose di quegli anni: con Trentin, Carniti, Benvenuto, Marianetti, Macario, Marini, Bertinotti, Storti e col suo grande amico che fu Luciano Lama. Ha partecipato all’autunno caldo, era sul palco di Piazza del Popolo nel dicembre del 1969, quando una marea di metalmeccanici invase Roma e cambiò la stagione politica, e anche la stagione sociale, avviando la riconquista di diritti e salari da parte della classe operaia. E poi è restato al vertice del sindacato in quegli anni di grande riforme, di lotte, di paura, e anche di divisioni. Allora fare politica non era un grande affare: guadagnavi due lire e rischiavi pure di beccarti una pallottola dai brigatisti o dai terroristi neri.

Nel 1984, quando Craxi decise di tagliare la scala mobile, il sindacato si spaccò in due: Del Turco stava con Carniti e con Craxi, contro Lama e Trentin. Vinse quella battaglia, e poi si diede da fare per ricucire, per evitare una disfatta sindacale.  Nel 92, quando scoppiò Tangentopoli, entrò in politica, fece il parlamentare, il ministro, il Presidente dell’antimafia, aderì al Pd. Fino al giorno nel quale cadde in una piccola congiura abruzzese della quale fecero parte imprenditori della sanità e qualche magistrato. Del Turco fu messo in trappola, accusato addirittura di associazione a delinquere. Gettato in carcere per mesi. Le prove non c’erano, per questo lo tenevano in cella. Speravano che confessasse. ma non aveva niente da confessare. Le poche prove sbandierate dagli accusatori si rivelarono false. Alla fine le accuse caddero quasi tutte, la Cassazione le cancellò, la teoria del grande imbroglio si sbriciolò, e Del Turco, che era stato abbandonato da quasi tutti, soprattutto – come succede spesso – dal suo partito, e cioè dal Pd, finì condannato solo per il reato di induzione indebita. È stata una condanna ingiusta, fondata su un teorema, non sulle prove. Ora pende in Cassazione una richiesta di revisione del processo.

Del Turco però non saprà mai se il nuovo processo ci sarà davvero e se finalmente potrà ottenere l’assoluzione. Perché la lunga vicenda giudiziaria lo ha logorato, ha annientato il suo fisico. Oggi è chiuso in casa, è malato di cancro, di parkinson e di alzheimer. Non ragiona più. Non riconosce nemmeno i suoi familiari. Ha pagato in modo terrificante una colpa che non ha commesso. È contro quest’uomo, cioè contro uno dei protagonisti della storia della repubblica e contro una persona malatissima, che si sono accaniti i senatori che hanno deciso di togliergli la pensione. Ci sarà una rivolta di politici, di intellettuali, di giornalisti, di persone normali, di fronte a questo atto di puro sadismo? Temo di no.

Confido molto invece in Mattarella. Lui ha conosciuto la prima repubblica. Sa chi erano i politici allora, e soprattutto i sindacalisti. Sa anche che se l’Italia oggi è un paese civile grande parte del merito va proprio a quella generazione di sindacalisti che hanno combattuto per anni, e rischiando molto, sulle barricate. Mattarella conosce la questione morale, quella vera: sa che nel più corrotto esponente della prima repubblica c’era molta più moralità che in un politico dilettante di oggi. Ha il potere di sanare questa ingiustizia e io penso che lo farà.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.