La tesi è in fondo semplice: i gesuiti in America Latina hanno oggi ed hanno avuto fin dall’inizio con le reducciones (Paraguay, Argentina, Brasile, Uruguay, Bolivia tra il XVII e il XVIII secolo) una fortissima vocazione populista. Populismo di allora che lega la Compagnia di Gesù ai populismi politici del Novecento (Peron ed epigoni in Argentina, Chavez in Venezuela, Castro a Cuba) con un filo diretto che arriva fino al massimo esponente gesuita del populismo di oggi: Jorge Mario Bergoglio, dicasi Papa Francesco. «Populismo» è qui il rimpianto di un’unità smarrita, una innocenza perduta, una identità dissolta che si vuole restaurare. Per i gesuiti populisti delle reducciones l’azione a favore delle popolazioni indigene mette al centro la comunità di fede, non un patto razionale; si segna la nascita di una «religione politica», in base all’idea di elevare il povero a emblema di pienezza spirituale.
E da qui il «populismo» inaugurato dalla Compagnia di Gesù si travasa nei populismi politici del Novecento. La tesi è ardita, non priva di qualche elemento di verità, ma è trattata – nel dipanarsi dell’argomentazione storica-politica-ideologica – con interessanti elementi di fantasia politica, sociale, teologica. Sto parlando del libro di Loris Zanatta, docente al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna, intitolato Il populismo gesuita. Peron, Fidel, Bergoglio, edito da Laterza. E recensito in termini elogiativi dal Fatto quotidiano.
La tesi è presto riassumibile: i populismi dell’America Latina sono radicati nell’impostazione della Compagnia di Gesù che ha fatto scuola nel continente. La prova: come facevano i gesuiti nelle loro reducciones, così lo Stato del Novecento plasma il popolo, lo unisce, lo moralizza, lo «evangelizza» politicamente e lo istiga contro i poteri forti del capitalismo mondiale rappresentato dagli Usa. In Argentina gli ideologi gesuiti al servizio di Peron sono Hernan Benitez e Enrique B. Pita; nel Venezuela di Chavez c’è padre Sily; a Cuba c’è Fidel Castro che ha studiato dai gesuiti e tanto basta. Per il Venezuela di Chavez l’autore del libro è anche autore di una svista piuttosto clamorosa. Parla infatti di padre Arturo Sosa, professore di Chavez prima che Papa Francesco lo nominasse Preposito generale, cioè capo di tutti i gesuiti. Dice proprio così: Papa Francesco lo ha nominato Preposito generale. La svista, che squalifica l’autore, è davvero grossolana: il Papa – cioè: tutti i Papi – non nominano i Superiori generali delle Congregazioni religiose. Sono le Congregazioni che eleggono i loro Superiori generali. Non è una differenza da poco. Sarebbe come dire che un Papa nomina il suo successore e non il Conclave dei cardinali!
Ma andiamo al sodo. Il libro tace della repressione religiosa del castrismo a Cuba e per quanto riguarda la teologia della liberazione mette nello stesso calderone Perù, Colombia, Nicaragua, Brasile. Manca una prospettiva storica o viene piegata alla tesi precostituita. La teologia della liberazione non nasce da un manipolo di facinorosi ma da teologi e studiosi seri, è appoggiata dai vescovi latinoamericani, ha problemi con la Congregazione per la Dottrina della Fede ma anche in chiave geopolitica con gli Usa che appoggiano i regimi dittatoriali, vedono con fastidio una Chiesa a favore dei «poveri» e che applica la Dottrina sociale e armano le sétte fondamentaliste evangelical come risposta religiosa-ideologica-geopolitica. Di padre Gustavo Gutierrez non si citano i suoi libri sulla Teologia della Liberazione (pubblicati anche in Italia da Queriniana) ma una frase in cui dice che rivoluzione e violenza «trovano giustificazione e motivazione nella fede». Peccato non si indichi da quale articolo o libro o discorso sia stata presa. E non è pignoleria da maestri di scuola, vista la rilevanza del tema. Se Gutierrez davvero avesse fatto una simile affermazione, da un bel pezzo non sarebbe sacerdote e teologo.
Per non dire del modo fantasioso, appunto, in cui si tratteggiano alcuni esponenti della teologia della liberazione che non sono affatto tali: mons. Sergio Mendez Arceo, vescovo a suo tempo di Cuernavaca in Messico, è stato ispiratore di una riforma dei seminari locali per niente piaciuta al Vaticano. Ma di teologia della liberazione non parlava. E si cita mons. Helder Camara, indimenticabile arcivescovo di Recife, di cui tutto si può dire tranne che fosse un «vescovo rosso» (come lo dipingevano i suoi accusatori) ed invece era fortemente fedele alla Chiesa. Del resto basta guardare alla nota che riguarda questa parte per capire tutto. La nota 93 pone come riferimento un volume di Michael Novak, uno dei più conosciuti teorici nordamericani reaganiani del contrasto alla teologia della liberazione. E con buona pace anche di un’altra fantasiosa affermazione secondo cui il Cile di Allende e il Nicaragua sandinista sarebbero stati i laboratori della nuova cristianità. La prova? Del Cile non si sa, del Nicaragua la prova sono alcuni scritti di Giulio Girardi, la presenza di tre sacerdoti nella giunta di governo. Peccato che siano stati sospesi a divinis immediatamente a quell’epoca ed Ernesto Cardenal, il più famoso, sia stato riammesso al sacerdozio solo in punto di morte, pochi mesi fa a 96 anni. E sempre del Nicaragua, si tace dell’evoluzione (o involuzione?) politica di Daniel Ortega, primo presidente della rivoluzione sandinista, oggi ancora presidente con piglio non certo rivoluzionario… ci sarebbe da dire che abbiamo la prova provata del fallimento del «populismo gesuita»!
Tuttavia il punto vero è un altro e riguarda una ideologica presa di posizione contro i gesuiti.
Facciamo una dimostrazione per assurdo. Ammettiamo per un momento che il «populismo gesuita» esista davvero e che Bergoglio ne sia imbevuto. Allora perché non citare mai nemmeno una volta, per striscio o per sbaglio, i teologi argentini che hanno centrato la loro riflessione sulla «teologia del popolo»? Intendo Carlos Maria Galli, Lucio Gera, Juan Carlos Scannone, solo per citarne tre. Non sono pericolosi populisti al servizio di Peron bensi teologi di spessore che hanno influito in maniera consistente sullo sviluppo di una linea teologica non schierata politicamente. E infatti Zanatta non ne parla, perché distruggerebbero la tesi precostituita e ossessivamente ribadita: il populismo è gesuita.
Un secondo aspetto va rilevato. Sempre a dimostrazione per assurdo. Ammesso (e non concesso) che sia vero il legame diretto tra populismo gesuita, populismo politico, Bergoglio (il cui peronismo, scrive Zanatta, «è naturale proiezione secolare della sua fede»; addirittura!…), in che modo troviamo questo legame nei discorsi di Papa Francesco? Dove è che Papa Francesco scrive o fa intendere che il sano e puro popolo latinoamericano e la sua cultura cristiana sono vittime designate del colonialismo ideologico e del libero commercio, cioè Usa, Occidente, razionalità illuminista?
E qui viene il bello. Nei discorsi di Papa Francesco non c’è traccia. Prendiamo come riferimento il discorso del 9 luglio 2015, a Santa Cruz de la Sierra (Bolivia), rivolto al Secondo Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari. Una platea ideale per scatenare il populismo gesuitico-papale, o no?
Ad esempio. «Voi vivete ogni giorno, impregnati, nell’intrico della tempesta umana. Mi avete parlato delle vostre cause, mi avete reso partecipe delle vostre lotte, già da Buenos Aires, e vi ringrazio. Voi, cari fratelli, lavorate molte volte nella dimensione piccola, vicina, nella realtà ingiusta che vi è imposta, eppure non vi rassegnate, opponendo una resistenza attiva al sistema idolatrico che esclude, degrada e uccide. Vi ho visto lavorare instancabilmente per la terra e l’agricoltura contadina, per i vostri territori e comunità, per la dignità dell’economia popolare, per l’integrazione urbana delle vostre borgate e dei vostri insediamenti, per l’autocostruzione di abitazioni e lo sviluppo di infrastrutture di quartiere, e in tante attività comunitarie che tendono alla riaffermazione di qualcosa di così fondamentale e innegabilmente necessario come il diritto alle “tre t”: terra, casa e lavoro».
La Chiesa, aggiunge poco dopo, «non può e non deve essere aliena da questo processo nell’annunciare il Vangelo. Molti sacerdoti e operatori pastorali svolgono un compito enorme accompagnando e promuovendo gli esclusi di tutto il mondo, al fianco di cooperative, sostenendo l’imprenditorialità, costruendo alloggi, lavorando con abnegazione nel campo della salute, dello sport e dell’educazione. Sono convinto che la collaborazione rispettosa con i movimenti popolari può potenziare questi sforzi e rafforzare i processi di cambiamento».
Impegno sociale e annuncio evangelico sono dunque strettamente collegati. E infine l’ampio discorso si conclude con tre «compiti».
Il primo: «Mettere l’economia al servizio dei popoli: gli esseri umani e la natura non devono essere al servizio del denaro. Diciamo ‘no’ a una economia di esclusione e inequità in cui il denaro domina invece di servire. Questa economia uccide. Questa economia è escludente. Questa economia distrugge la Madre Terra» – e cita Giovanni XXIII e Paolo VI, due papi non gesuiti. Il secondo: «Unire i nostri popoli nel cammino della pace e della giustizia. I popoli del mondo vogliono essere artefici del proprio destino. Vogliono percorrere in pace la propria marcia verso la giustizia. Non vogliono tutele o ingerenze in cui il più forte sottomette il più debole. Chiedono che la loro cultura, la loro lingua, i loro processi sociali e le loro tradizioni religiose siano rispettati» – e cita la Dottrina Sociale della Chiesa e Giovanni Paolo II.
Il terzo: «Forse il più importante che dobbiamo assumere oggi, è quello di difendere la Madre Terra. La casa comune di tutti noi viene saccheggiata, devastata, umiliata impunemente. La codardia nel difenderla è un peccato grave. (…) Non si può consentire che certi interessi – che sono globali, ma non universali – si impongano, sottomettano gli Stati e le organizzazioni internazionali e continuino a distruggere il creato» – e si riferisce alla sua Enciclica Laudato Si’.
In conclusione la tesi di fondo del libro viene declinata in maniera ideologica e sbagliata. E stupisce che una pubblicazione siffatta abbia trovato un Editore italiano così prestigioso, che pochi anni or sono aveva consulenti ben preparati sulle tematiche della religione e della Chiesa cattolica. Forse sono andati in pensione. Occorrerebbe richiamarli in servizio per evitare altre scivolate. Perché un conto sono le idee, ben diverso, come in questo caso, voler appoggiare una tesi precostituita, prendendo posizione nella polarizzazione ecclesiale in corso, senza dirlo apertamente, rendendo un pessimo servizio ai lettori.

Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato, tra l’altro, Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).