Quando arriva il 2 novembre la mente e il cuore volano per ricordare i nostri morti. Se poi, per qualche istante si rallenta il ritmo frenetico, affiora la domanda più radicale del vivere, quella sulla morte, ormai annichilita dalla cultura contemporanea. Di lei Virgilio cantava: «Per la morte non c’è spazio, ma le vite volano e si aggiungono alle stelle nell’alto cielo».  Sembra un paradosso: ciò che culturalmente esorcizziamo, subdolamente ci inabita quando entra nelle nostre case e nei luoghi di lavoro, quando sperimentiamo il nostro limite e la malattia. Anche fare una scelta significa morire a tutte le altre. Per vivere bisogna imparare a morire, ci hanno insegnato i classici. Ma rimane latente l’esperienza di una voragine profonda che nemmeno Dio sembra colmare. Lo ha scritto Bonhoeffer: «Non c’è nulla che possa sostituire l’assenza di una persona a noi cara. È falso dire che Dio riempie il vuoto; Egli non lo riempie affatto, ma lo tiene espressamente aperto, aiutandoci in tal modo a conservare la nostra antica reciproca comunione, sia pure nel dolore. Ma la gratitudine trasforma il tormento del ricordo in una gioia silenziosa».

L’antidoto per Alda Merini è “resistere”: «Poiché la morte è muraglia, dolore, ostinazione violenta, io magicamente resisto». Per riconciliarsi, invece, la morte va anzitutto pensata come domanda. Nell’esperienza umana, infatti, è come una “linea”, i latini la chiamavano “finis” (linea). È anzitutto la linea del semaforo quando è rosso: uno stop brusco che ci arresta e ci sequestra. È l’esperienza del pianto di chi rimane orfano di una presenza e ti toglie quel “di più” di vita, come un’ultima carezza, uno sguardo o una parola. La morte è anche una seconda linea, quella del traguardo, è la vittoria dopo la corsa della vita. Il finis, inteso come “il fine” della vita e non “la fine”. È l’esperienza dei martiri o delle persone che dimenticano la loro vita per servire gli altri. Per loro il fine è il punto verso cui tende tutto quello che precede. È l’attrazione verso un altrove. La morte però è anche un terzo tipo di linea: è un confine, come quello tra l’Italia e la Svizzera, o semplicemente tra una realtà e un’altra. È l’esperienza del “già e non ancora”: da una parte la vita biologica e dall’altra la sensazione di un mistero che non si esaurisce. Lo percepisce chi ha vissuto un tradimento, un fallimento, una malattia, una violenza.

Per la cultura contadina è ciò che nasce quando un seme muore. Quando in politica la giustizia è riparativa e non vendicativa, il lavoro è pagato, la dignità è rispettata, l’accoglienza è una rinascita sociale, la ricchezza è distribuita, quando il riformismo porta nuova vita sociale. Si cammina su una soglia, un piede attraversa la realtà che muore mentre l’altro è già in quella che rinasce. Della morte è stato scritto che è «il supremo atto di fiducia nella bontà del reale, nonostante lo scomparire dell’individualità». Il cristianesimo rischia di complicare le cose. Per milioni di uomini manca un corpo al bilancio dei conti della morte, l’evento più certo della vita è stato falsificato. Certo il Vangelo non definisce culturalmente la morte o la risurrezione, queste sono il dramma che giustifica i filosofi a credere o a non credere, ma pone al centro una persona morta e poi risuscitata. Lo aveva detto a Marta: «Io sono la Risurrezione e la vita» (Gv 11,25). Senza equivocarci sull’ordine però: prima la morte, poi la risurrezione e poi la vita. Per questo san Francesco dice: «Laudato si, mi Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullo omo vivente po’ scampare». Poche righe per dire che c’è “morte corporale” ma “non morte totale”.

Quando si muore, chi muore? Per alcuni tutti, incluso Dio per Nietzsche, per altri muore la carne ma non il corpo, quello appartiene a Dio creatore. Occorre allora pensare «la nostra morte come la parte della vita che dà sull’altrove. Quell’altrove che sconfina in Dio» (Rilke). È la preghiera della Chiesa in questo giorno dedicato alla memoria dei morti: «Mi hai formato dalla terra, mi hai rivestito di carne: Dio, mio redentore, fammi risorgere nell’ultimo giorno». Il gesuita Michael de Certeau in Mai senza l’altro scrive: «L’essere si trova donandosi. La libertà si costruisce rischiandosi. L’uomo nasce nel suo al-di-là». Partire è come morire, ma è l’unica esperienza che ci sbilancia nell’al-di-là. La vita piena si sperimenta sempre “nel passo in più”. Coloro che si fermano, vivono nell’al-di-qua della morte che diventa la negazione all’apertura all’infinito per sé e per chi ci vive vicino. Anche a livello sociale si rinasce quando si decide di vincere la morte. Attraverso i gesti del quotidiano amore che costruiscono pace e giustizia, antidoti alle strategie di autodistruzione. È già morto chi vive facendo il male: chi uccide, gli usurai, chi specula sui poveri, chi non ridistribuisce le ricchezze, chi pensa solo a sé e non si commuove quando gli altri stanno male. Vive per sempre chi vive per gli altri anche quando non lo meritano, costruisce il bene e lo fa bene. Contro di loro la morte non ha potere.