La guerra di Troia non si farà, proclamava dalle scene teatrali Jean Giraudoux. E quando la guerra arrivò la chiamarono la drole de guerre, la funny war o la buffa guerra. Tutti si erano dichiarati guerra, Hitler se ne andava a zonzo con le sue armate colpendo qualsiasi luogo da cui sprizzasse petrolio, ma in fondo la vera guerra non c’era ancora e quando arrivò quasi nessuno ci voleva credere: morire per Danzica era davvero una stupida idea, ma vedrai che gli inglesi faranno la pace coi tedeschi che sono anche cugini, figurati poi gli americani che producono solo film western. E invece finì come finì. Quella fu una guerra poco annunciata, molto realistica, e più che una guerra fu la più grande tragedia che l’umanità ricordi. Quando ero bambino o anche adolescente quando si parlava della guerra, la gente intendeva la Prima guerra mondiale, quella chiara, combattuta da una parte dall’altra e poi vinta. La Seconda guerra mondiale era solo un incubo. E come sarà la terza? Ce ne sarà una terza?

Per la prima volta il mondo delle grandi potenze ha conosciuto settantacinque anni di pace, salvo le guerre intermedie che non sono mai cessate. Ma dovunque ci fosse il rischio della bomba atomica, la guerra si è fermata. Ma oggi? Quando vediamo gli hackers che attaccano la Regione Lazio e pensiamo che si tratti di odiosi sprovveduti no-vax, veniamo smentiti dai servizi segreti perché in realtà si tratta di attacchi militari condotti con mezzi militari su obiettivi militari quali sono l’organizzazione di uno Stato, i suoi servizi, i suoi ascensori, aeroplani banche bancomat autostrade ponti treni scuole ospedali reti stradali.

Tutto sta avvenendo nel mare del Sud della Cina, ma noi specialmente in Italia facciamo finta che quella zona del mondo non esista. Eppure, persino la Merkel, una signora così restia a mandare persino dei vigili urbani a fare le esercitazioni della Nato in Polonia, ha spedito una nave da guerra nel mare della Cina del Sud per recapitare il seguente avvertimento: la Germania non tollera che la Cina si appropri del mare del Sud della Cina, perché non è della Cina ma è di tutta la comunità internazionale. Anche gli inglesi hanno mandato la loro super potente porta aerei Queen Elizabeth The Second. Emmanuel Macron ha mandato le navi francesi dopo averle mandate anche nell’Egeo a schierarsi con la Grecia contro la Turchia. La Francia non perde mai d’occhio gli scenari internazionali. Quanto al Giappone, tre giorni fa ha rilasciato una strabiliante dichiarazione con cui si avverte la Cina che Tokyo considera Taiwan un’isola protetta per i propri interessi e che qualsiasi limitazione della sua sovranità sarà considerata dal governo giapponese come un atto di guerra. Il Vietnam? Il glorioso Vietnam comunista si schiera anch’esso dalla parte degli americani con l’Indonesia e le Filippine, l’Australia e il Borneo. Secondo George Friedman che è il miglior forecaster, quello delle previsioni del tempo che nel corso dei decenni si è trasformato nel massimo previsore degli eventi della storia, la Cina ha ormai eguagliato gli Stati Uniti con una potenza navale pari a quella americana per qualità e quantità.

Ciò vuol dire che Cina e Stati Uniti sono due avversari di pari forza? No, questo non si può dire, perché nessuno è in grado di valutare l’efficacia e l’efficienza delle forze armate cinesi dal momento che non hanno una storia pregressa né di sconfitte né di vittorie navali. A Pechino si sono fabbricati un giocattolo all’altezza delle loro aspirazioni, ma hanno un handicap.
L’handicap sta nel fatto che gli Usa potrebbero, se lo volessero (e per ora non ne hanno intenzione) bloccare tutti i porti cinesi sul Mar della Cina e impedire l’uscita e l’arrivo di qualsiasi nave. Questo i cinesi lo sanno e purtroppo per loro non hanno una contromossa altrettanto efficace.

Altra grande novità: in queste ore si stanno svolgendo modernissime esercitazioni comuni tra russi e cinesi di aria, mare, terra e spazio. Bisogna sempre ricordare che la prossima guerra si combatterà sui computer e sulla Luna, tra satelliti come Guerre Stellari. Cinesi e russi sembrano uniti in un’unica forza militare che però non è una alleanza.

L’altro campo di battaglia che coinvolge queste potenze è l’Afghanistan dove talebani stanno riconquistando le posizioni abbandonate e la Cina ha già fatto sapere di essere per la prima volta interessata a quel grande snodo su cui nell’ottocento andavano a morire i piccoli soldati cantati da Kipling nel poemetto The little British Soldier: «se sei ferito e sperduto nelle pianure dell’Afghanistan e già vedi le donne che arrivano con i loro coltelli per fare a pezzi quel che rimane di te, allungati fino al tuo fucile e fatti saltare le cervella e vai dal tuo Dio come un soldato».

Si chiamava allora “Il grande gioco” tra Russia, impero inglese, poi tedeschi, americani. Questi attori sono in parte scomparsi ma arrivano i cinesi che, d’altra parte sono ovunque in Africa dove costruiscono ponti, strade, scuole, ospedali, servizi di polizia e sanitari e indebitano ogni paese perché sono di manica larga nel vendere aiuti, ma sono esattori implacabili dei loro creditori. L’Africa sta diventando una colonia cinese ma non è un mercato sufficiente per assorbire quanto ai cinesi serve per avere ciò che loro occorre.

Ciò che a loro occorre è certamente una pace con gli Stati Uniti, ma nuove condizioni. Tuttavia, e questo è un elemento attuale di guerra reale, i cinesi hanno fatto qualcosa che mai prima d’ora fin dai tempi di Tucidide un paese bellicoso aveva fatto: hanno indicato qual è il loro primo obiettivo militare. Il primo obiettivo militare della Repubblica popolare cinese è Taiwan. Taiwan formalmente è un’isola che appartiene alla Cina continentale, dunque alla Repubblica popolare, ma non lo è mai stata fin dai tempi dell’occupazione giapponese negli anni Trenta. E non ha alcuna intenzione di diventarlo. Taiwan in questi giorni ha accolto esperti americani andati a insegnare come installare ed usare i missili Patriot, cosa che ha mandato ulteriormente in bestia Pechino.

Fin dagli anni Cinquanta Pechino rilascia comunicati alla radio da cui si apprende che la cosiddetta Taiwan è una provincia continentale cinese. Prendere Taiwan non è un’impresa logisticamente facile: 200 km di mare devono essere assaltati con mezzi anfibi e una volta sbarcati dopo l’accanita resistenza taiwanese devono poter installare delle teste di ponte e far funzionare un rifornimento continuo di uomini e mezzi dalla Cina continentale. Questi rifornimenti sono vulnerabili e se gli Stati Uniti decidessero di intervenire colpirebbero nei rifornimenti più che nelle basi su Taiwan. L’isola è diventata importantissima perché è l’unica produttrice di alcuni tipi di microchip con cui sono fatti i nostri telefonini e la maggior parte delle attrezzature elettroniche militari.

Solo a Taiwan hanno i metalli adatti e la tecnologia per farli. Molte di queste aziende sono dislocate negli Stati Uniti ed altre in Giappone punto ma il grosso sta lì e Pechino lo vuole. Tuttavia è stranissimo che Pechino abbia annunciato quale sarebbe la prima mossa a sorpresa- attaccare Taiwan- che però non sarebbe una mossa a sorpresa. E tutti sono ormai d’accordo a non lasciar correre.

Ma se le cose restano come sono oggi, la Cina perde la faccia e il regime perderebbe la fiducia dei suoi cittadini che, per quanto coatti militarizzati, sembrano concedergliela. Ma la Cina anche due altri gravi problemi: il primo è che manca una popolazione maschile sufficiente per garantire la nascita di nuove generazioni. La sciagurata politica di Mao di un figlio solo ha condotto all’affogamento ai piedi del letto di tutte le neonate femmine per mezzo secolo sicché non esistono bambine e poi non esistono donne, quindi, non esistono mogli e madri in Cina, e non nascono i figli che dovrebbero nascere. Inoltre, la popolazione cinese come anche quella africana e asiatica in generale dà segni di contrazione spontanea nelle nascite. La seconda è la crescita esponenziale di uno spirito nazionalista di conquista che si esprime non soltanto nella vocazione militare, ma anche nella voglia revanscista di supremazia persino nelle arti, che spinge il governo cinese e i suoi funzionari ad esplorare il resto del pianeta e considerarlo una sua possibile provincia da cui imparare ogni tecnica per poi riprodurla sulla madre patria, ma con un sostanziale di disprezzo nei confronti degli altri.

Una larga parte della Cina si sente americana perché ha studiato in America, parla inglese e vive addirittura in città cinesi dal nome americano, con negozi e ristoranti americani, ma al tempo stesso è totalmente cinese: sono quei milioni di americani cinesi nati e vissuti in America che poi hanno scelto la Cina. I cinesi sono i migliori hacker del mondo insieme ai russi. Nessuno può batterli e insieme sono scatenati in una serie di miglioramenti ed esercitazioni delle loro capacità di penetrazione nei sistemi di cui quello della Regione Lazio che abbiamo visto in questi giorni potrebbe, anche se non ne abbiamo assolutamente le prove per ora, essere un esempio tipico. Come disarticolare un sistema sanitario programmato, come creare il terrorismo attraverso la mancanza di sanità, facendo saltare gli appuntamenti medici di qualsiasi genere, come far crollare la fiducia nei servizi, nei trasporti, nelle scuole, negli ospedali nelle strade nei mercati che distribuiscono cibo.

Ultimo elemento: la Cina sta affrontando una nuova ondata di Covid partendo proprio dalla zona di Wuhan dove l’epidemia è nata e ha ripreso azioni drastiche di cui si ignora l’entità, essendo sicuro che le informazioni che finora la Cina ha dato sono totalmente non controllate e probabilmente non vere.

Gli Stati Uniti non sono sicuri della migliore posizione da prendere e così l’Europa. Oggi come nel 1938 il mondo si trova di fronte a un futuro incerto, in cui prevale negli animi quello che allora si chiamava l’appeasement: l’appeasement, la certezza che alla fine la pace prevarrà e quello fu lo spirito di Monaco quando l’inglese Chamberlain e il francese Daladier, ospitati da Mussolini a Monaco, firmarono carte false pur di salvare la pace guadagnandosi disprezzo e scherno di Churchill che sibilò: «Avete sacrificato l’onore per la pace ed avrete entrambe le cose: il disonore e la guerra!».

Oggi i tempi non sono quelli, la storia non si ripete mai nemmeno sotto forma di farsa, ma certamente siamo alla vigilia di qualcosa. Nessuno sa dire che cosa, anche se le previsioni sono tutte sotto i nostri occhi. Ma non abbiamo esperienza e strumenti per prevedere. Sappiamo solo che qualcosa di troppo grosso sta accadendo da tempo e che va sempre peggio. Non abbiamo idea di che cosa hanno in mente i giocatori. Intanto da un giorno all’altro possono venir meno i servizi essenziali e tutto quello che sappiamo dire è che ci sono dei cattivi hacker in giro, un po’ come gli acari tra le lenzuola o nei tappeti per i quali occorrerebbe ogni tanto una buona passata di aspirapolvere. Ma l’aspirapolvere come metafora è una pessima scelta perché l’ultima volta fu a Hiroshima e da allora si è preferito evitare. Ma oggi? Non solo non abbiamo strumenti per decifrare, ma ci lesinano anche le notizie, il che aggiunge allarme ad allarme.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.