È una radiografia che evidenzia i mali cronici del Paese, questo libro di Antonio Mastrapasqua, con Giuliano Guida Bardi, “Il futuro rubato – Pensioni, lavoro, giovani: come invertire la rotta del destino” (Solferino), che la classe dirigente del Paese dovrebbe avere sul tavolo. Un saggio agevole, tra l’altro scritto brillantemente, il che non guasta, corredato da puntuali riferimenti ai dati e che si chiude con un elenco di proposte concrete. I mali italiani sono tanti e molti di essi conosciuti da decenni. Solo che questi si aggravano, mentre ne vengono fuori altri. L’elenco è lungo. Ma leggendo questo saggio viene da pensare che alcune ricette per curare i mali del nostro sistema sarebbero facilmente applicabili.

In primo luogo, questo è un Paese contro i giovani. «Tra uscite dall’Italia e rientri il saldo negativo negli ultimi dieci anni è di circa 377.000 giovani. Alla stima del danno economico complessivo subito dal Paese ci si arriva facendo qualche calcolo sul “costo” della formazione di un giovane in Italia». Cioè perdiamo potenzialità, competenze e buttiamo soldi. Un capolavoro. «In un recente studio con dati del 2024, condotto da una qualificata società di consulenza finanziaria, risulta che educare un figlio costa almeno 140.500 euro, se si considera tutto l’iter scolastico dall’asilo nido all’università. La cifra in verità comprende solo le attività curriculari ed extra-curriculari, ma esclude altre voci di spesa collegate come quelle relative a vitto, spese mediche, trasporti, attività sportive e ricreative in senso lato. Prendendo per buona la stima, i conti sono facili: le spese per formare i 377.000 giovani che mancano all’appello in questi ultimi undici anni sono state pari a circa 53 miliardi». Un paio di Finanziarie.

Altro esempio, altro male italiano: il nanismo del sistema produttivo: «Quello che ci manca è il sistema, la capacità di scalare dalla bottega alla fabbrica, dalla fabbrica alla multinazionale, senza che a metà strada qualcuno “tagli il papavero”. La nostra patologia non è la mancanza di talento. È l’incapacità del collettivo di accompagnare l’eccellenza dell’individuo. Galli nel pollaio, ciascuno padrone del proprio metro quadrato, geniali a fabbricare la cosa bella nel laboratorio di provincia, mediocri a farla volare nei mercati del mondo. A perderci, in tutto questo, non è soltanto l’imprenditore che si vede tagliare le ali. È il Paese intero, che continua a chiedersi perché non nascano più papaveri che svettano, dimenticando di aver organizzato il proprio giardino, con cura cinquantennale, in modo che non possano». Il guicciardiniano “particulare” regna sovrano: forse anche perché “non conviene” ingrandire la fabbrichetta o il negozietto perché la burocrazia o il fisco t’ammazzano.

Servirebbero riforme, già. Mastrapasqua, che ha passato una vita nell’amministrazione anche a livelli alti (tra l’altro, presidente dell’Inps), conosce benissimo la giungla legislativa e burocratica che impedisce una sana crescita del sistema produttivo. Semplificare, dunque: primo imperativo. Ma poi è anche vero che quando i soldi ce li abbiamo, non sappiamo spenderli. Il caso del Pnrr è clamoroso. L’Italia ha ricevuto dall’Europa «oltre 238 miliardi di euro di risorse straordinarie – l’equivalente di tre manovre finanziarie complete, una Legge di Bilancio e mezzo, il doppio del bilancio annuale del Sistema sanitario nazionale, quattro volte la spesa annua per istruzione, ricerca e università messe insieme. Con una sola, modesta, postilla: 122,6 miliardi sono prestiti. Denaro vero e da restituire, con gli interessi, ça va sans dire. L’Italia non aveva mai avuto, nella sua storia repubblicana, un’occasione del genere. Né il Piano Marshall – che valse al Paese 1,5 miliardi di dollari fra il 1948 e il 1952, oggi 15 miliardi di euro scarsi, né le grandi stagioni dell’Iri mussoliniano, né i decenni della Cassa per il Mezzogiorno. Mai così tanto, mai così concentrato, mai così esplicitamente vincolato – almeno sulla carta – a riforme strutturali e investimenti per la crescita».

Osserva Mastrapasqua: «Sarebbe stato il momento, in un Paese normale, di concentrare le risorse su cinque o sei capitoli strategici e tirare dritto: l’alta velocità ferroviaria fino a Reggio Calabria, completando quella dorsale che da Salerno in giù si arena fra cantieri biblici e binari ottocenteschi; la fibra ottica capillare, casa per casa, per cancellare un digital divide che ancora condanna interi territori del Sud e dell’Appennino; la cybersicurezza finalmente sovrana, non più appaltata a Microsoft, Amazon e Google; una vera filiera europea dei semi-conduttori; un piano-acqua degno di un Paese che perde il 42% dell’acqua immessa in rete, primato negativo continentale; un piano-casa di taglia tedesca». Invece i soldi del Pnrr sono finiti in mille rivoli. Senza un criterio generale, nazionale. Le grandi riforme sopra citate sono rimaste sulla carta. Ma questo libro non vuole essere un “de profundis” per l’Italia. Anzi.

Mastrapasqua, in conclusione, espone un decalogo di proposte semplici per fare andare meglio il nostro Paese. Eccole, in sintesi. Tagliare la burocrazia improduttiva e semplificare il mercato del lavoro. «Sarò antipatico» ma occorre lavorare un po’ di più abolendo certe festività; Tfr in busta paga; quote-giovani nei Cda eccetera; più Inps e via casse autonome e ordini professionali; super-pensioni a chi fa più figli; rapido ritorno al nucleare; ritorno alle preferenze. È un libro dei sogni? No: si potrebbe fare, se la politica volesse.