Negli ultimi anni il dibattito pubblico italiano si è spesso concentrato sull’aumento delle disuguaglianze. Secondo alcuni osservatori, il governo Meloni non avrebbe fatto abbastanza per sostenere le famiglie e compensare la perdita di potere d’acquisto. Un’analisi dell’Istituto Nazionale di Statistica consente però di comprendere meglio la situazione e di orientarsi tra i provvedimenti adottati nel 2025.

Gli interventi sono stati numerosi, anche se nel dibattito pubblico se ne parla spesso in modo generico. Il Governo è intervenuto con diverse misure: il passaggio dalla decontribuzione parziale per i lavoratori dipendenti al bonus fiscale e alla nuova detrazione; il passaggio dall’esonero contributivo totale per le lavoratrici madri al cosiddetto bonus mamme; l’adeguamento al costo della vita degli importi e delle soglie dell’Assegno unico (AUU); l’introduzione del bonus nuovi nati e le modifiche al bonus asilo nido; la revisione delle soglie e degli importi dell’Assegno di inclusione (ADI) e del Supporto per la formazione e il lavoro (SFL); il contributo straordinario di 200 euro per il sostegno alle spese energetiche e l’aggiornamento dei bonus sociali.

Le diverse policy sono riuscite a ridurre le disuguaglianze senza compromettere l’equilibrio dei conti pubblici. L’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche, in rapporto al PIL, è stato infatti nel 2025 pari al -3,1%, in miglioramento rispetto al -3,4% del 2024.
Gli effetti redistributivi delle misure introdotte nel 2025 comportano, per il 70% delle famiglie, un aumento medio del reddito disponibile di circa 243 euro. La progressività degli interventi ha consentito alle famiglie appartenenti al primo quinto della distribuzione del reddito di registrare un incremento medio di 543 euro. Tale aumento è dovuto prevalentemente alla revisione dell’Assegno di inclusione e al Supporto per la formazione e il lavoro, che determinano un aumento medio di circa 1300 euro per le famiglie beneficiarie.

Il risultato complessivo è stato una riduzione dell’indice di Gini dal 31,4 al 31,1 per cento (l’indice varia da 0 a 100 che rappresentano rispettivamente l’equidistribuzione o la massima concentrazione del reddito).

Fabrizio Antolini

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