Mercoledì scorso, la ministra degli Interni, Luciana Lamorgese, ha riferito alla Camera dei deputati in merito al rinnovo del memorandum Italia-Libia, certificando sostanzialmente il successo degli accordi chiusi all’epoca del Governo Gentiloni, dal suo predecessore Marco . Ciò che non abbiamo sentito dire in Aula dalla ministra, invece, è che quel memorandum è una pura maschera, che non tiene minimamente conto del fatto che i centri gestiti dai libici chiamati “campi di accoglienza” sono veri e propri lager dove i migranti vengono torturati, violentati, venduti, ricattati da parte di milizie che in quel Paese rappresentano sia le istituzioni che le organizzazioni criminali.

Abbiamo persino recentemente scoperto che Bija, il guardiacoste per cui Tripoli ha appena chiesto l’arresto – oggetto di numerose inchieste da parte di coraggiosi giornalisti italiani – è venuto in Italia in missione con tanto di visto da noi concesso, mentre faceva il doppio lavoro: il trafficante di uomini e l’ufficiale della guardia costiera. E ci sarebbero molte cose da chiarire circa la sua visita in Italia, compresi gli incontri avuti a livello istituzionale, mentre mi pare evidente che non ci sia nulla da chiarire sul significato della sua presenza in Italia, che è purtroppo chiarissimo. I cosiddetti accordi con la Libia sono questa cosa qui.

Penso che invece di rivendicare questo memorandum, occorrerebbe dismettere qualunque ipocrisia. I nostri interlocutori non sono delle presunte “autorità libiche”, ma poteri e personaggi di provato rango criminale. La ministra ha riportato i dati relativi al minor afflusso di migranti sulle nostre coste, ma non vedo alcun riferimento all’innalzamento del tasso di mortalità in mare. Così come non viene prestata alcuna attenzione – come emerge da una recente inchiesta di Euronews, – a come sono state usate le risorse italiane ed europee, a partire al monitoraggio dei soldi pubblici, oltre 90 milioni, spesi dall’Unione europea per addestrare la Guardia costiera libica.

La ministra Lamorgese ha affermato in Aula che «l’esperienza maturata in questi tre anni ci ha convinto della necessità di proporre iniziative volte a meglio indirizzare energie e risorse […] promuovendo un maggior ruolo di coordinamento e di intervento delle agenzie delle Nazioni Unite e il coinvolgimento di un ampio numero di Paesi e organizzazioni non governative». Ma non posso che chiedermi chi si farà carico della protezione del personale delle agenzie delle Nazioni Unite o delle Ong se si propone una maggiore centralità del loro ruolo, in una situazione oramai da tempo totalmente fuori controllo.

Evidentemente per fermare la collaborazione tra milizie libiche, più o meno ufficiali, e i tre diversi governi italiani che si sono avvicendati, da Gentiloni in poi, non sono bastati i ripetuti rapporti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, le denunce di organizzazioni internazionali e Ong impegnate sul campo e le testimonianze drammatiche dei sopravvissuti a torture e violenze di ogni genere. Mi chiedo a cos’altro dobbiamo assistere e se possiamo continuare a mettere da parte principi e norme di diritto internazionale, affidando a milizie spietate il controllo di una parte del Mediterraneo e chiudendo gli occhi davanti all’orrore dei campi libici.

E non si adducano motivazioni, come quelle avanzate dall’ex responsabile del Viminale Minniti, che disdire le intese con la situazione di guerra in Siria e l’attacco turco al popolo curdo significa mettere a rischio la sicurezza dell’Italia. Ho già sentito usare argomentazioni di questo tipo dall’ex ministro in altre circostanze – in particolare di fronte all’alto numero di arrivi sulle nostre coste, mentre si mettevano a punto gli accordi sulla Libia nell’estate del 2017. Pur credendo nella necessità di leggere gli eventi a livello internazionale nella loro complessità, non sono convinta che creare allarme per giustificare scelte discutibili – come gli accordi con la Libia – sia un atteggiamento responsabile da parte di chi ha un ruolo pubblico.

Ovviamente ci si deve interessare del processo di stabilizzazione della Libia, ma non si può non tener conto, ad esempio, del coinvolgimento della Corte Penale Internazionale nel Paese per appurare eventuali crimini di guerra operati da esponenti partitici e di governo, come emerge dalle parole del Procuratore della Corte Penale Internazionale Fatou Bensouda, nella Dichiarazione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dello scorso mercoledì.

Vogliamo veramente chiudere gli occhi di fronte a tutto ciò e pensare che basti il rinnovo del Memorandum per risolvere la questione dei flussi migratori verso l’Italia e l’Europa? Aver subappaltato alla Turchia il controllo delle nostre frontiere esterne a Oriente dopo quanto sta succedendo ai confini con la Siria non ci è bastato per capire che non si può sbrigativamente appaltare a terzi la gestione di tale complesso ed epocale fenomeno?

Emma Bonino, Senatrice +Europa

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