Ho conosciuto Walter Tobagi negli ultimi due anni della sua vita. Credo, se i ricordi non si accavallano, di averlo visto per la prima volta il 16 marzo del 1978, cioè nel giorno del rapimento di Aldo Moro. Per me era il primo giorno del mio nuovo incarico di cronista parlamentare dell’Unità. L’impatto con Montecitorio, un quarto d’ora esatto dopo il rapimento, fu devastante. Lui invece era frequentemente a Montecitorio. Era un ragazzino, aveva 31 anni, ma noi, che eravamo ancora più ragazzini di lui, lo consideravamo un veterano e anche un maestro. Il suo nome lo conoscevamo da diversi anni, perché lui era diventato famoso con il giornalino scolastico del liceo Parini, La Zanzara, che finì sotto processo perché si era occupato di sesso. Era il 1966, il ‘68 era ancora lontano. La magistratura invece era già un po’ come adesso….

Ricordo bene Tobagi perché oltre ad essere autorevole dava l’impressione di essere indipendente. Ho chiacchierato con lui tante volte, lui era molto gentile, e dava anche dei consigli. Mi consigliava di fare un compromesso con la linea del giornale ma di non sposarla mai. Lui diceva che se volevo fare il giornalista, non potevo rinunciare a vedere i fatti senza ideologie e a farmi una idea mia. Poi potevo anche venire a patti con gli ordini superiori, ma dovevo evitare di identificarmi. Allora i giornalisti parlamentari erano quasi tutti succubi di De Mita. I liberali, i comunisti, i democristiani. De Mita dettava legge, era il re dei capannelli, i suoi uomini erano le fonti quasi uniche del giornalismo politico.

Anche i giornalisti del Corriere seguivano De Mita. Per questo mi colpiva questo ragazzone, piuttosto timido, firma di punta del Corriere che era l’unico a restare fuori dei capannelli. Cercava informazioni per conto suo, le confrontava le une con le altre, ascoltava i discorsi in aula e poi giudicava, riordinava e scriveva. Mi ricordo che era uno dei pochi che saliva in tribuna ad ascoltare il dibattito in aula, anche se quello non era il suo mestiere specifico. Perché pensava che la politica palese fosse importante almeno quanto la politica occulta.

A me è sempre rimasta questa idea molto forte. Dell’indipendenza come caratteristica specifica e necessaria del giornalismo. Lui la pagò cara la sua indipendenza. Era un isolato, non stava nelle squadrette. Allora il giornalismo non era eccessivamente indipendente. Certo, se confrontato al giornalismo di oggi era quasi il paradiso. Però io credo che la degenerazione, e poi la resa del giornalismo politico che lasciò la strada regina a quello giudiziario, iniziò da allora. Resistevano in pochi all’abitudine del vassallaggio. Chissà se è stato questo uno dei motivi per i quali lo hanno ammazzato in quel modo barbaro in mezzo alla strada.