Mi dispiace non averlo più sentito. Mi dispiace molto. Mi telefonò pochi giorni prima dell’apertura del Riformista. Era arrabbiato. Disse che aveva visto l’elenco dei collaboratori e che lui non voleva scrivere sul Riformista perché aveva capito che avevo scelto Renzi. Poi in realtà, nei mesi successivi, ci concesse parecchie interviste. Non era vero che noi avevamo scelto Renzi ma Emanuele era testardo. Se aveva un’idea in testa era quella. Lo avevo conosciuto personalmente giusto 40 anni fa, quando arrivò all’Unità in un momento molto difficile per il giornale. Poi vi dirò perché era un momento difficile. Gli ho voluto molto bene. Forse anche lui a me. Però i rapporti tra noi sono sempre stati, o quasi sempre, di conflitto. Nel senso migliore, credo, di questa parola. Macaluso era una delle poche persone che sapeva litigare con te senza nessun rancore e senza che il dissenso modificasse il suo giudizio sulle persone.

È stato uno di quei vecchi dirigenti togliattiani del Pci che credeva molto agli ideali. La politica, anche la politica “politicienne”, era nelle sue corde, ma sempre ancorata a un’idea, a un orizzonte. Emanuele viveva per le idee. Sicuramente ha creduto nel comunismo, nel socialismo. Sicuramente ha subìto, di Togliatti, sia la grande apertura mentale sia i residui di stalinismo. Però Emanuele ha avuto un pregio che non tutti gli allievi di Togliatti hanno avuto: lui non ha mai smesso di pensare. Dico pensare con il cervello suo. E quando è diventato un po’ anziano ha scoperto che lo stalinismo era una palla al piede per il socialismo e che la libertà era un ideale, un ideale forte e universale, non una chimera borghese.

Socialismo e libertà è il titolo che abbiamo messo in prima pagina. Forse, addirittura, potevamo scrivere: comunismo e libertà. Sono un ossimoro queste due parole? Emanuele non aveva paura degli ossimori. Li impersonava. E poi non aveva paura né della battaglia né dell’isolamento. Credo che Macaluso non avesse paura proprio di niente. L’ho visto triste, allegro, indignato, indifferente, arrabbiato, depresso, contento: impaurito mai. Si è gettato nella battaglia, credo, a 16 anni e si è fermato solo ieri mattina, quando se l’è portato via la morte. Dalla politica non ha avuto incarichi, prebende, doni, vantaggi, ricompense. Non gli interessavano. Per lui la politica era lotta. Non sottovalutava il potere, lo conosceva, lo studiava, lo analizzava. Non ne aveva né soggezione né brama né disprezzo. Non crediate che siano molti i politici capaci di avere un atteggiamento laico e serio verso il potere. Sono pochissimi. In genere i politici, specie quelli di sinistra, o lo considerano satana o lo considero Dio. Penso che tra i politici della sua generazione Emanuele sia stato uno dei più dotati. Era acuto nelle analisi. Mai banale. Chiaro nell’esposizione. Ricco, ricco, ricco di storia. Capace di andare controcorrente.

Aveva quasi 97 anni, quando è morto. Gli mancavano 60 giorni per compierli, era nato il 21 marzo del 1924. Qualche mese prima dell’uccisione di Matteotti. Il triennio 24-26 è un triennio d’oro per i futuri dirigenti del Pci. Sono nati in quegli anni Chiaromonte, Napolitano, Lama, Reichlin, Jotti, Tortorella, Rossanda, Pintor, Trentin, Di Giulio. Tutti ragazzi di Togliatti e poi spina dorsale del partito di Berlinguer. Di una decina d’anni appena più giovani dei colonnelli del Migliore: Amendola, Ingrao, Alicata, Bufalini e Pajetta. Emanuele era figlio di un operaio e di una casalinga. Era povero. Da ragazzino giocava a pallone ed era bravo. Almeno, lui raccontava di essere stato bravo e di avere pensato anche di poter fare il professionista. Tifava Inter. Era piccolino, giocava all’ala destra. Poi si ammalò gravemente, mi pare di ricordare che si ammalò di tubercolosi, una malattia che in quell’epoca stroncava. Si curò, si salvò, si gettò nella politica da ragazzino. Per capire cosa volesse dire la politica per un ragazzo di 16 anni nel 1940 basta sapere che se eri di sinistra dovevi guardati le spalle dai fascisti e dalla mafia. I fascisti e la mafia usavano le armi, sparavano alla schiena. Iscriversi al Pci nel 1941, in Sicilia, era una scelta dura. Dovevi avere una personalità forte. Convinzioni vere. Ti giocavi la vita.

Corse in fretta Emanuele, alla scuola di Momo Li Causi. Non sapete chi era Li Causi? Malissimo. La storia italiana è importante e anche la storia del Pci. Momo era un gran combattente, uno dei fondatori del Pci, e uno di quelli che i mafiosi li prendeva per la collottola a mani nude. Non faceva l’antimafia di adesso. Faceva l’antimafia. Anche lui uscì vivo per miracolo dalla caccia che gli davano le cosche e i fascisti. Gli spararono, restò zoppo. Macaluso diventa sindacalista a 17 anni, combatte contro agrari e boss, nel 1951, a 27 anni, diventa deputato regionale e poi segretario regionale del Pci. È lui ad inventare la spericolatissima operazione Milazzo, insieme al papà del procuratore Pignatone, che era un democristiano. Siamo nel 1958, nella Dc comanda Fanfani. i milazzisti spaccano la Dc, imbarcano il Msi (cioè i neofascisti di Almirante e Michelini) e conquistano la giunta regionale con la coalizione più pazza del mondo: Pci, Psi, Msi e liberali, più i dissidenti democristiani. Il presidente della giunta, appunto, è questo Milazzo, ex Dc, un personaggio, in Sicilia, figlio di una nobilissima famiglia palermitana (quella di sua madre). La Dc ufficiale è estromessa dal potere. Ed è furiosa. Macaluso è il regista di questa operazione ma non entra in giunta. Non gli interessa. Resta in trincea. Da Roma lo attaccano. “Coi fascisti?”. Lo difende Togliatti. Emanuele già a trent’anni era un togliattiano ribelle.

Poi approda a Roma. Scala le gerarchie del Pci. È sempre lenta la scalata nel Pci, per Emanuele è rapida. Nel 1963, prima dei 40 anni, entra nel tempio, cioè nella segreteria nazionale, con Ingrao, Amendola, Pajetta e Natta. Togliatti si fida di lui. Togliatti però dura poco. Muore l’anno dopo. E dopo la morte di Togliatti nel Pci nascono le correnti. A destra i “miglioristi” (che saranno battezzati così solo parecchi anni dopo), Ingrao a sinistra e Luigi Longo, cioè il segretario, al centro. Macaluso è amendoliano, amico del cuore di Giorgio Napolitano, però pende al centro. Quando nel ‘66 nel Pci si apre lo scontro furioso tra Amendola e Ingrao, Macaluso è in segreteria, insieme a Berlinguer. Certo, è dalla parte di Amendola, però mantiene una posizione un po’ neutra, per rispettare il suo ruolo di membro della segreteria. Amendola stravince il congresso, l’undicesimo, con l’appoggio di Longo, gli ingraiani vengono emarginati, ma anche Berlinguer e Macaluso sono messi in disparte, perché non hanno partecipato allo scontro. Li accusano di opportunismo. Pajetta non era un tipo che scherzava.

La quarantena dura poco. Nel ‘69 Berlinguer viene preferito a Napolitano e nominato vicesegretario del Pci, e tre anni dopo diventa segretario. Macaluso torna in pista. Ai vertici. Ci rimarrà per molti anni. Era legato a Berlinguer. È a lui, nel 1973, che Berlinguer confida di essere scampato a un attentato in Bulgaria. Berlinguer aveva già compiuto i primi strappi da Mosca, e durante la visita, i bulgari, su ordine di Mosca, cercarono di eliminarlo simulando un incidente stradale. Muore l’autista bulgaro di Berlinguer, lui resta gravemente ferito ma si salva. Tenne per sé il segreto per tutta la vita. Macaluso lo ha svelato molti anni più tardi, dopo la morte del segretario.

Nel 1981 Macaluso viene nominato direttore dell’Unità. L’ho conosciuto allora di persona. L’Unità era allo sbando perché era caduta in un gravissimo errore (allora i giornali se scrivevano fesserie o cose non provate la pagavano cara: oggi si beccano anche un premio …). L’Unità aveva scritto che il ministro Scotti era stato in carcere a trattare con Raffaele Cutolo, il capo della camorra, la liberazione di un assessore Dc rapito dalle brigate rosse. E disse di avere un documento in mano che lo provava. Il documento c’era, ma era falso. L’Unità fu decapitata, via il direttore, il condirettore, i redattori capo. Anche nel Pci successe il finimondo. Si dimise Alessandro Natta, vicesegretario di fatto. Napolitano si alzò alla Camera per chiedere scusa. Macaluso fu mandato all’Unità per riprendere in mano il giornale che era allo sbando. Lo fece molto bene. Creava polemiche continuamente. Si scontrò tante volte con Scalfari. Inventò questa sigla “em.ma” con la quale firmava corsivi al vetriolo.

Io ero un ragazzo, però lui aveva in mente di rinnovare il giornale, di dare spazio alla generazione nuova. Aveva iniziato Reichlin il rinnovamento, lui lo completò. Molte volte entrai in contrasto con lui, perché io ero un ingraiano, e a lui non stavano simpatiche le idee di Ingrao. Ci fu un congresso del Pci, nell’86, in cui le correnti si sfidarono all’arma bianca. Io ritenni (a ragione) che il giornale penalizzasse Ingrao. Protestai apertamente e in modo abbastanza clamoroso. Dopo il congresso ci fu una assemblea di redazione, io feci un intervento di rottura, lo accusai di essere stato fazioso, lui nella replica picchiò come faceva lui, fu durissimo con me. Avevo trentaquattro anni ed ero convinto che la mia carriera all’Unità fosse finita. Un mese Emanuele dopo mi chiamò nel suo ufficio – stava lasciando il giornale e passando le consegne a Chiaromonte, un altro migliorista – mi disse che voleva che io diventassi il caporedattore centrale. Cioè il capo della redazione, quello che faceva il giornale. Non capivo, mi imbarazzai un po’. Mi disse: “Guarda che il giornale è di tutti, non è mio, non è tuo, e lo fa chi lo sa fare. Tu lo sai fare? Credo di sì. Allora fallo….”
Beh, che lezione.

Del resto lui il dissenso lo conosceva bene. Tra tutti i dirigenti del Pci è stato l’unico a pensare che Craxi fosse un “compagno”. Che si dovesse lavorare con lui. E di ciò che è rimasto del vecchio Pci è stato l’unico, insieme a Chiaromonte, a scegliere la linea garantista di fronte a un partito che stava sottomettendosi ai magistrati. La lotta contro il giustizialismo la iniziò negli anni ottanta, quando il Pci era schierato su posizioni quasi poliziesche contro la lotta armata. Emanuele combatteva a viso aperto, voleva difendere lo stato di diritto. E credo che il mio garantismo di oggi, in gran parte, nasca da quelle sue battaglie. Che poi proseguì dopo la fine del Pci. Anche con la sua partecipazione proprio a questo giornale, al Riformista, prima all’epoca della direzione Polito, e poi alla direzione Franchi e successivamente quando diventò lui il direttore. Era troppo solo, non ce la fece.

Doveva riprendere con noi. Non ci capimmo. Troppe volte, forse, non lo ho capito. Ora mi resta la rabbia per non averlo sentito più, dopo la sua sfuriata.