Una celebrazione, il centenario della nascita del Pci, che cade nel vivo di una crisi di governo che mette a nudo una debolezza strutturale della politica e dei suoi attori e comparse. Il Riformista ne discute con Piero Fassino. Segretario nazionale dei Democratici di Sinistra dal novembre 2001 all’ottobre 2007, tra i padri fondatori del Partito democratico, è stato sindaco di Torino, ministro della Giustizia e, prim’ancora, ministro del Commercio con l’estero e sottosegretario agli Esteri. Oggi è presidente della Commissione esteri della Camera.

“Dalla rivoluzione alla democrazia”. È il titolo del suo libro, edito da Donzelli, dedicato al centesimo anniversario della fondazione del Partito comunista italiano, che cade oggi. Quel titolo racchiude un percorso da “gambero”?
Esattamente il contrario. Nel mio libro ricostruisco il cammino di un partito che nato per “far la rivoluzione come in Russia” in realtà diviene via via un protagonista della costruzione della democrazia italiana. Lo fa essendo la principale forza politica che si batte nella clandestinità contro la dittatura di Mussolini, poi nella Resistenza per liberare l’Italia, poi nella scrittura della Costituzione e nella costruzione della Repubblica e nella ricostruzione del Paese. E quando la democrazia italiana viene insidiata dallo stragismo nero e dal brigatismo rosso, il Pci è il principale partito che mobilita i cittadini per difendere lo Stato e la democrazia. Non solo, ma in questo percorso il Pci assume la democrazia come il regime politico imprescindibile: lo fa Togliatti con la svolta di Salerno e la via italiana al socialismo; e ancor di più lo fa Berlinguer che porta il Pci fuori dall’orbita sovietica, dichiara che la democrazia è un valore universale e con il compromesso storico costruisce l’alleanza tra le grandi forze popolari e democratiche. E su questa linea conquista un consenso via via crescente fino a rappresentare un terzo degli italiani. E non dimentichiamo il ruolo “democratico” assolto dal Pci nelle grandi organizzazioni sociali – a partire dal sindacato – e nel governo di città, comuni e regioni. E in questo cammino il Pci ha contribuito alla formazione della classe dirigente del Paese.
Rileggere il passato guardando al futuro. E allora le chiedo: cosa salva della storia centenaria del Pci e quale discontinuità andrebbe maggiormente marcata per dare una identità, una visione, una progettualità innovative a una sinistra all’altezza delle grandi sfide dell’oggi, a partire dalle risposte da dare alla drammatica crisi pandemica tutt’altro che risolta?
Il Pci ha cessato di esistere trent’anni fa, ma ci ha consegnato molti lasciti. Ne cito alcuni. L’assunzione della categoria dell’ “interesse nazionale” come criterio prioritario per un partito che voglia assolvere a una “funzione nazionale”. Il partito di massa come il soggetto politico capace di vivere in sintonia e osmosi con la società, facendo divenire i cittadini protagonisti della vita del Paese. L’unità delle forze democratiche e delle culture popolari, condizione per realizzare quelle riforme strutturali indispensabili per modernizzare il Paese e renderlo più giusto. La necessità di dare alla politica “fondamento culturale”: il profondo e antidogmatico pensiero di Antonio Gramsci ha dato al Pci visione e identità, come ha contato moltissimo che – da Togliatti a Amendola, da Ingrao a Natta, da Bufalini a Di Giulio, da Reichlin a Macaluso, da Chiaromonte a Marisa Rodano, da Napolitano a Berlinguer – il gruppo dirigente del Pci sia sempre stato costituito da personalità di forte spessore intellettuale.
E la politica di oggi ?
Se guardo la politica di oggi vedo il prevalere degli interessi particolari, vedo partiti ridotti a serbatoi elettorali, vedo una politica che spacca piuttosto che unire, vedo leadership senza visione e ossessionate dall’esposizione mediatica. Certo un partito oggi non può che essere molto diverso da quello che era quaranta o cinquant’anni fa. Ma di un’organizzazione capace di dare protagonismo ai cittadini, di assolvere a una funzione nazionale, di essere fattore di coesione sociale c’è bisogno anche nel mondo di internet. Ma soprattutto il lascito più grande sono i valori di libertà, giustizia, solidarietà, uguasglianza che hanno ispirato il Pci. Le forme della politica cambiano con il mutare della società. Ma non cambiano i valori, che attraversano il tempo e si trasmettono di generazione in generazione. Anche in un mondo globale e tecnologico, libertà, democrazia, diritti sono valori insopprimibili. E non può, non deve mancare mai chi si batta per preservarli e affermarli. È questo il lascito politico e morale che il Pd ha il dovere di far vivere.

Ragionando sulla fondazione del Pci, c’è chi sostiene che fu un errore storico, la scissione di Livorno, e che la “doppiezza”, non solo togliattiana, ha impedito l’affermarsi in Italia di un grande partito socialdemocratico.
Il Pci nacque in una temperie segnata dalle conseguenze della grande guerra e dall’emozione suscitata dalla Rivoluzione russa. E non solo la frazione comunista, ma anche la maggioranza massimalista del Psi evocava l’obiettivo della Rivoluzione, senza peraltro prendere atto che non ve ne era nessuna condizione. La scissione fu un atto di rifiuto del massimalismo velleitario del Psi, divenuto il principale avversario mentre si formava un blocco sociale conservatore e reazionario che si affidò a Mussolini e al fascismo. Gramsci – criticando il settarismo di Bordiga – scriverà “fummo anche noi parte della dissoluzione generale”. Quanto a Togliatti, al suo rientro in Italia rifondò di fatto il Pci, trasformandolo da partito di quadri a partito di massa, facendone uno dei pilastri dell’unità antifascista e lo collocò in un alveo democratico. Certo il ‘56 ungherese, con la mancata condanna dell’intervento sovietico, rappresentò un grave vulnus. Ma proprio da quella tragedia il Pci fu sollecitato ad assumere la “via italiana al socialismo” fondata sulla piena accettazione della democrazia.
Ma Togliatti continuò a parlare di socialismo. E anche Berlinguer. In che rapporto con la scelta democratica ?
Certo, Togliatti e anche Longo non rinunciano a un’“orizzonte socialista”, ancorché molto vago. Lo si può spiegare con la necessità di far accettare la via italiana senza che venga vissuta dai militanti come una rinuncia. Anche Berlinguer, nell’assumere la democrazia come valore universale, non rinunciò a evocare una generica trasformazione socialista. Lo fece nella speranza che i regimi comunisti si democratizzassero. Anzi la critica all’Urss era tanto più aspra pensando che fosse utile a una evoluzione di quel regime. Non a caso Berlinguer parlò di una “terza via” tra comunismo sovietico e socialdemocrazia. E Gorbaciov tentò. Ma proprio il suo fallimento dimostrò che il comunismo era irriformabile.
E con quella dissoluzione anche la storia del Pci si è conclusa.
Certo, perché pur con una identità originale e di stampo riformista, la traiettoria politica del Pci era iscritta nel mondo bipolare. Il Pci era ormai lontano da Mosca, ma non “estraneo” a quel campo. E la logica conseguenza del cammino democratico del Pci non poteva che essere andare oltre la sua storia. Il New York Times sottolineò che il Pci era una forza riformista che di “comunista” aveva solo il nome. Peraltro il profilo del Pci degli anni 70 e 80 era fortemente affine ai partiti socialdemocratici europei. Non averlo riconosciuto – così come aver a lungo diffidato della parola “riformista” – è stata la contraddizione non risolta del Pci.
La svolta di Occhetto non fu – come allora qualcuno disse – un inaspettato atto avanguardistico. No, fu un atto lucido e saggio per salvaguardare e dare nuova linfa a una politica che per essere feconda aveva bisogno di una nuova identità.
Tra i grandi dirigenti del Pci, che ne hanno segnato la storia, va ricordato Emanuele Macaluso, scomparso l’altro giorno. Un suo ricordo
Non era un uomo facile. La sua sincerità lo spingeva a dire le cose come le vedeva e le pensava. E talora era non solo severo, ma tagliente. Ma proprio questo ne faceva un dirigente rispettato, riconosciuto, sempre ascoltato. Scriveva molto, con la curiosità della notizia, il gusto della polemica, la lucidità dell’analisi. Lo si vide quando Berlinguer gli affidò la direzione dell’Unità che innovò con giovani giornalisti e facendone un giornale aperto alle idee e al confronto. Non ha mai smesso di “vivere la politica”. E ancora nelle scorse settimane non ha esitato a manifestare la sua ansia per una situazione politica che gli appariva troppo fragile e precaria a fronte della complessità e dell’asprezza delle sfide che l’Italia deve affrontare.
Lei è stato tra i fondatori del Partito democratico, passando per lo scioglimento dei Democratici di sinistra, di cui era il segretario. La metto giù brutalmente, guardando alla crisi di governo aperta da Matteo Renzi: ma cosa ci azzecca, direbbe qualcuno, Renzi con la storia della sinistra e con quell’”interesse nazionale” che è sempre stato un mantra del Pci?
Renzi ha aderito al Pd fin dalla sua costituzione e come esponente del Pd è stato sindaco di Firenze, segretario del Partito e presidente del Consiglio. Fu eletto alla guida del partito suscitando grandi speranze che si tradussero nel 41% alle elezioni europee del 2014, con un consenso vero e largo nella società. Poi via via l’esperienza di governo si è consumata fino alle sconfitte nel referendum e nelle elezioni politiche. Renzi è personalità forte. Sta in un luogo se comanda. In fondo anche la crisi di questi giorni ha quella cifra: non potendo essere lui a guidare il governo, lo destabilizza. Come fece con il governo Letta e con la scissione dal Pd, senza considerare i rischi che fa correre al Paese.