Seppure l’Italia primeggia negativamente nell’UE, a motivo delle condizioni carcerarie, aggravate dall’emergenza del Covid-19, sarebbe d’attendersi che il Governo e i ministri della sanità e della giustizia, avvalendosi dei loro massimi vertici amministrativi, abbiano comunque predisposto dei piani d’emergenza per affrontare la situazione attuale e per contrastare le nuove che potrebbero insidiare la Comunità dei detenuti e detenenti, ove si ripresentassero altre infezioni virali di uguali se non maggiori pericolosità.

Al riguardo, dovrebbero avere la consapevolezza che ci si imbatta innanzi a tematiche d’affrontare con una vision più ampia rispetto al solo quartiere “Italia”, al fine di non rovinare nella trita disputa tra i “celoduristi” del diritto esemplare ed i “liberiamoli tutti” di quello compassionevole.

Oggi, al contrario, si imporrebbe, una strategia sistemica e condivisa tra tutti gli Stati dell’UE, corollario della tutela del diritto di mobilità e salute di ogni cittadino europeo, all’interno del medesimo spazio geografico, pure quando si imbatta con il mondo del Carcere.

Disponiamo, com’è noto, delle “Le regole penitenziarie europee”, delineate dal Consiglio d’Europa, che avrebbero già dovuto obbligare gli Stati aderenti a conformare i propri sistemi penitenziari ai quei principi che discendono dalla Convenzione Europea del 1950; eppure, all’interno delle carceri italiane, grandi straordinarie evoluzioni non se ne sono viste e ci si muove, quando è possibile, solo additando, qua e là, realtà “di eccellenza”, a riprova che nella generalità dei casi il risultato è modesto.

Le location, insieme con le posture di tanti figuranti attuali ci consentirebbero di replicare il film “Detenuto in attesa di giudizio” di Nanni Loy e con Alberto Sordi (edito nel 1971).
Dovremmo francamente ammettere che è un esercizio inutile affinare temi e principi di diritto se poi non si traducano in pratica. Ma forse, grazie al virus incoronato, potremmo rimettere le cose in ordine, non solo in Italia, ma anche in tutta la UE, con intelligenza ed umanità.

È il momento di proporre il primo Carcere Europeo, cioè un istituto di pena che, coerente con i dettami precitati, sia il prototipo, costituisca il modello, al quale tutti gli stati UE dovranno conformarsi.

Così si ridurrebbero pure i contenziosi innanzi alla CEDU per la trasgressione delle più volte richiamate regole. L’Italia, insieme ad altri Paesi partner, potrebbe proporsi, diventando il primo laboratorio di una sfida di civiltà, pure ove il concorso e la partecipazione di altri Stati UE fosse graduale e progressiva.

C’è una città, anzi due, anzi tre, meglio un territorio transfrontaliero, che potrebbe essere la perfetta sede del primo carcere europeo, tra Gorizia e Nova Gorica, sulla linea di confine che divideva fino a pochi anni fa l’Italia dalla Ex Repubblica Federativa Jugoslava, e che aveva scisso in due la popolazione, distinta in diversi gruppi linguistici. Un confine che, dopo la Seconda guerra mondiale, veniva percepito come freddo e tagliente, trait importante della Cortina di Ferro. Ebbene, con la realizzazione del primo Carcere Europeo, il limine si trasformerebbe in una robusta cerniera che unisce e rafforza l’Europa che vorremmo, quella non solo economica, ma anche dei diritti e delle Libertà.

Le amministrazioni locali, attraverso il GECT, Gruppo europeo di cooperazione territoriale, che già vede insieme i territori dei comuni di Gorizia (Italia), Mestna občina Nova Gorica (Slovenia) e Občina Šempeter-Vrtojba (Slovenia), potrebbero confortare tale possibilità, avendo le stesse ben compreso come non i muri che separino, ma i luoghi pubblici delle istituzioni europee di rilevanza sociale andrebbero invece promossi ed edificati.

Il progetto coinvolgerebbe le migliori intelligenze europee; il forum poenae chiamerebbe all’appello le discipline ingegneristiche, l’architettura e il design, la medicina, quelle sociali, il mondo europeo dell’istruzione e della formazione professionale: insomma, sarebbe anche luogo permanente di studio, ricerca giuridica e pedagogica, a mente delle finalità rieducative della pena, come imporrebbe l’art. 27, 3° comma della Costituzione Italiana.

Risulterebbe, tra l’altro, anche una intelligente e fruttuosa risposta contro le criminalità sovranazionali che oggi minacciano e condizionano la sicurezza degli stati UE.
Oramai i reati più allarmanti e dannosi sono quelli che superano gli stretti confini dei condomini nazionali, incidendo pesantemente sulla sicurezza ed economia dei cittadini europei e dei loro stati.

Lasciando gli innumerevoli che potrei citare, è bastevole richiamare i reati sempreverdi di traffico di armi convenzionali e di sistemi d’arma, di droga, di esseri umani, di organi, di donne e bambini da avviare alla prostituzione, di farmaci, di valute false straniere e di euro, di oggetti d’arte, di automobili, di generi contraffatti, di idrocarburi, di sigarette, di animali esotici, di alimenti contaminati, etc.

Si potrebbe convenire che alle persone condannate per tali reati nei singoli paesi, su richiesta delle stesse, sia concesso di espiare la detenzione nel carcere UE, che all’uopo impiegherebbe del personale proveniente dai paesi aderenti, con la periodica rotazione degli staff. In esso si applicherebbero tutte le prescrizioni e le indicazioni contemplate dalle Regole Penitenziarie Europee, trasfuse nel regolamento interno dell’istituto. Si farebbe così chiarezza su tante questioni, frequentemente motivo di contenzioso presso la CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo).
Ancora oggi, non c’è assoluta uniformità sugli spazi “minimi” sufficienti da assicurare ai detenuti (altro che distanziamento sociale…), neanche si parla di servizi igienici da fruire in modo esclusivo e personale (WC, doccia, bidet, lavabo), o di asciugacapelli, specchi, di adeguati e funzionali elementi di arredo (tavoli, sedie con schienale, armadi, tipologia di letti) e quali caratteristiche e materiali al fine di assicurarne la costante igienicità e la sicurezza penitenziaria, di quali elettrodomestici si possano servire, quali le dotazioni e corredi individuali e con quali scadenze (dagli indumenti intimi a quelli da lavoro, dagli effetti letterecci a quelli necessari a persone incontinenti, dagli assorbenti per le donne ai rasoi monouso per gli uomini, etc.).
Spesso irrisolte e/o insufficienti sono le questioni in tema di assistenza sanitaria, alimentazione, risocializzazione, mediazione, riparazione sociale e, senza la pretesa di esaurire le problematicità, quella della affettività.

Ma ulteriori e di ancora più complesse andrebbero definite: ad esempio, le modalità e la frequenza dei colloqui visivi e telefonici con familiari, amici, avvocati, ministri di culto, etc.; come accedere alle proprie informazioni attinenti ai propri processi e alle condizioni sanitarie; la tempistica di risposta ad istanze di diversa natura; le modalità di percorsi trattamentali e di adesione ad attività scolastiche e di formazione professionale, etc.

Con il Carcere Europeo si disporrebbe finalmente di “standard”.

Non più indicazioni “a sentimento” e confusive per gli operatori del diritto sostanziale, ma descrizioni esplicative e circostanziate. Dal preciso standard dell’ampiezza di una stanza alla larghezza di una finestra e del flusso di ricambio di aria naturale che debba assicurare in relazione al numero delle persone occupanti, idem per i lux di luce naturale, tipologia ed intensità di quelle notturne di controllo nel locale, se si possa disporre di un telefono fisso nella stanza di pernotto per comunicazioni su utenze autorizzate, sull’impiego di personal computer e sulla connessione internet, per quanto controllati, sulle pubblicazioni acquisibili, sulla frequenza e modalità dei colloqui visivi, se in parlatori collettivi, con o senza divisori, o in spazi riservati. Quali i corredi personali e le scadenze periodiche per il rinnovo (esigenza, oggi, ancora più avvertita per gli di indumenti intimi, asciugamani e lenzuola, maglioni, tute e abiti da lavoro, etc.); come assicurare le diverse esigenze di alimentazione per motivi religiosi o perché persone vegetariane, celiache, obese, sportive, anemiche, etc., come fare volontariato gratuito e a favore di chi, se si sia obbligati o meno a lavoro e con quali retribuzioni e come, in caso di rifiuto, ciò verrà considerato sul piano trattamentale. Quali servizi gli debbano essere garantiti se disabile, come favorire i contatti con la famiglia e gli uffici pubblici esterni, come debba svolgersi la socialità e con quante persone detenute possa incontrarsi giornalmente e contemporaneamente.
Sembrano questioni banali e che dovrebbero essere perfettamente note e risolte da tempo. La risposta la troverete visitando le carceri italiane ed europee, dove potreste imbattervi in situazioni opache e mortificanti, che possono generano nei prigionieri profondi sentimenti di ingiustizia, prodromi di ulteriori possibili conseguenze, contribuendo a rendere attrattive le lusinghe delle criminalità organizzate e le pretese di vendetta delle organizzazioni terroristiche, come la Storia potrebbe ricordarci.
Con il Carcere Europeo, al contrario, sosterremmo i principi europei della legalità. Non poco…