Letture
Il puntino di Erofilo e il giuramento delle macchine
Sugli atlanti di anatomia il torcular Herophili è un puntino: un sifone dove confluiscono alcune grandi vene cerebrali, che lì trovano la via d’uscita dal cranio. Porta il nome del medico greco che ad Alessandria, intorno al 300 a.C., dissezionò per primo il corpo umano, e che la sua prima autopsia pubblica la pagò con sassi e sterco.
Vincenzo Mazzaferro parte da lì: se si potesse scegliere un posto da cui estrarre la formula del nostro esistere, sarebbe quel sifone, dove si raccoglie ciò che resta dopo il lavoro della coscienza. Mazzaferro il mestiere lo conosce bene: è l’uomo dei Criteri di Milano, dal 1996 lo standard mondiale per il trapianto di fegato nei pazienti con epatocarcinoma. I capitoli del romanzo seguono la successione di Fibonacci — Zero, Uno, Ancora Uno, Due, fino a Novecentottantasette — e non è un vezzo tipografico: è una tesi sul tempo, che non scorre in linea retta ma per addizioni successive.
Si comincia in un’aula-museo dell’Istituto di Anatomia, dove il professor Levi illumina con una torcia arancione un vaso di formalina e mostra a quattro studenti un cefalo-toracopago: due gemelli fusi, due cuori, un solo cervello. Immagine d’apertura e chiave del libro: di fusioni si tratterà fino all’ultima riga. Quei quattro diventeranno Mario Valli, chirurgo; Umberto Loi, medico legale di provincia; Francesco Grande, ricercatore a Edimburgo; Anna Poidomani, palliativista nell’hospice Mai Soli. Li rimette insieme un tribunale: durante una banale colecistectomia il robot semi-autonomo HALTO-21 ha lasciato dietro di sé una paziente morta dopo molti mesi di sofferenza.
La pagina più tagliente arriva nel salone di un albergo di lusso, tra un guazzetto di ostriche e un carpaccio, dalla bocca dell’ingegnere che quell’algoritmo lo ha scritto: «Se tutti sono potenzialmente colpevoli, nessuno è colpevole. È un principio universale della politica e degli affari». Il vuoto normativo non è una lacuna da colmare con un regolamento: è una rendita di posizione. Le tre leggi di Asimov non bastano, avverte un giudice collegato dall’Australia: alla lettera darebbero solo paralisi decisionale, col paziente addormentato. Il perito Grande propone allora tre “D”: Dubbio, Dolore, Distanza. Alla macchina va insegnato a dubitare di ciò che produce, a riconoscere il dolore come confine invalicabile, a compensare le disuguaglianze anziché amplificarle. Costa efficienza, dunque profitto; in nota Mazzaferro rivendica la proposta come propria.
Il libro ha un doppio fondo: trenta pagine di note, da Aristotele a Timothy Snyder, e una playlist finale. Non apparato appiccicato al racconto, ma la bibliografia del proprio dubbio. Come le pagine del chirurgo sotto accusa, narrate in seconda persona, che obbligano chi legge a stare dentro quel camice. In chiusura un bambino porge a un vecchio dalla barba bianca, seduto su un pontile di legno, la busta con un giuramento ippocratico riscritto per le macchine. Il vecchio è Erofilo, tornato dopo ventitré secoli con il suo scriba Khatutis, che ha portato i colori per far disegnare i bambini. Sono le pagine più belle: si chiude il libro con gli occhi lucidi e con la gratitudine che si deve a un chirurgo capace, dopo una vita in sala operatoria, di trovare parole e immagini così profonde.
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