Lunedì 27 ottobre del 1930 (anno VIII dell’era fascista). Entrava in vigore il codice penale tuttora vigente. Con quell’opera monumentale il ministro della giustizia, Alfredo Rocco, portava a compimento anche il suo progetto di ripristinare la pena di morte per i reati comuni, abolita nel Regno d’Italia sin dal 1890. L’uomo era un giurista raffinato e, sapendo di dover far di conto con la dottrina penalistica italiana ancorata alla lezione di Cesaria Beccaria, scriveva nella “Relazione a Sua Maestà il Re” per la presentazione del Codice: «Egli è considerato generalmente come il primo e più celebre avversario della pena di morte. E poichè il Beccaria fu italiano, da molti si considera la teoria abolizionista come una gloria italiana, che i progetti tendenti al ristabilimento della pena di morte condurrebbero ad offuscare. Nulla di più falso… Nel suo libretto Dei delitti e delle pene egli così scrive: “La morte del cittadino non può credersi necessaria che per due motivi. Il primo, quando, anche privo di libertà, egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza, che interessi la sicurezza della nazione… e quando la sua morte fosse il vero ed unico freno per distogliere gli altri dal commettere delitti”» (Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia, 26 ottobre 1930, n.251, p. 4450). Ci sarebbe da tornare su questo passo del Beccaria e ragionare su come si acconci per quei casi di ergastolo ostativo, vigenti nel nostro Paese, quando il carcere a vita viene dispensato senza la possibilità di alcun beneficio penitenziario nella convinzione che il condannato «anche privo di libertà… abbia ancora tali relazioni e tal potenza, che interessi la sicurezza della nazione».

Nel decennio 1931-1940 le condanne a morte comminate dalle corti italiane per delitti comuni furono 118 e 65 furono effettivamente eseguite (G. Tessitore, Fascismo e pena di morte. Consenso e informazione, Franco Angeli, 2000). Tre di queste pene capitali furono eseguite a Reggio Calabria, in una giornata piena di sole, in una vallata a ridosso della città, dove si accalcarono migliaia e migliaia di persone per assistere alle fucilazioni ordinate dalla corte d’assise il 18 agosto 1936. Un processo che aveva scosso la città quello delle “tre fosse”. Nel greto di uno dei torrenti che tagliavano in due la città erano state scoperte tre fosse, due delle quali erano servite “per occultare i cadaveri” di due giovani vittime, mentre la terza, trovata vuota, era stata preparata in vista di un prossimo, terzo omicidio. A scuotere la città era stato la morte di una giovane ragazza, Maria Teresa Ferrante, uccisa nella notte tra il 6 e il 7 maggio 1933. Una giovane assassinata dopo essere stata violentata e una fossa ancora vuota erano un’ombra terribile, il panico rischiava di assalire la popolazione impaurita.

C’era quanto bastava per indurre il federale fascista di Reggio Calabria, un abruzzese caparbio e inflessibile, a pretendere che si facesse giustizia e pure in fretta. Le indagini giunsero alla conclusione che la morte della giovane non era da ricondurre a contese all’interno della malavita locale, ma che era maturata nell’alveo della sua famiglia. Era stata la matrigna di Maria Teresa Ferrante a volerne l’uccisione perché la giovane aveva sospettato che fosse stata costei la mandante del tentato omicidio del padre, maturato a seguito di dissidi coniugali. La donna, Artuso Antonietta, aveva richiesto l’esecuzione dell’omicidio a un piccolo camorrista reggino, tale Antonino De Stefano, il quale secondo l’accusa, prima di uccidere la ragazza, aveva chiesto l’autorizzazione al suo capo società, tale Francesco Mandalari. Mandalari, per quel che si sapeva della criminalità organizzata, non poteva non essere stato messo al corrente dal suo subordinato di un’azione del genere . Secondo la sentenza, Mandalari non si era limitato ad approvare l’omicidio, ma abbastanza inspiegabilmente aveva affiancato al De Stefano un suo uomo di fiducia, tale Amedeo Recupero.

A fronte del successivo tradimento del Recupero, Mandalari ne aveva decretato l’uccisione, andando così a riempire la seconda delle fosse. Scrisse la corte d’assise: «L’esecuzione del Recupero è ripetizione di quella precedente della Ferrante, due colpi alla nuca alla prima, due colpi alla nuca al secondo; il terzo colpo finale alla prima vittima abbattuta, il terzo colpo finale all’altro; denudata l’una, denudato l’altro, buttata nella fossa l’una, buttato l’altro». Il dato macabro – e invero inusuale per un capo dell’onorata società calabrese – era che Mandalari, nell’autorizzare l’omicidio della ragazza, avesse «espresso il desiderio di possederla e tenerla a sua disposizione due o tre giorni». Un dato anomalo. Una ricostruzione che poteva costare la pena capitale per Mandalari e i suoi complici. Era il primo caso da condanna a morte dopo la riforma di Alfredo Rocco anche in quella terra. Tre in una volta dovettero sembrare un’enormità ai giudici popolari che facevano parte della corte d’assise. Certo Francesco Mandalari era un fior di mascalzone, un delinquente incallito, un maneggione collegato alla bassa politica locale.

Il regime fascista voleva un risultato eclatante e pretendeva una prova di forza contro la picciotteria reggina, rea di molti delitti e soprattutto di una pervicace ostinazione al nuovo corso d’ordine imposto dal duce. In quella camera di consiglio, rimasta segreta e inviolabile, un distinto professore di antica cultura liberale, e fascista per necessità, guardava perplesso il presidente della corte d’assise che con fervore sosteneva la colpevolezza degli imputati e di Mandalari per primo, il peggiore del gruppo diceva. Quel minuto professore si fece forza e, nel silenzio tombale di quella stanza del tribunale reggino, cominciò a snocciolare i propri dubbi. Quello stupro anomalo, l’affiancamento al killer di una povera ragazza addirittura di Amedeo Recupero, il pupillo preferito del capo che «in giovane età era stato accolto in casa del Mandalari e assunto da questi come operaio» non lo convincevano.

Certo qualcuno aveva indirizzato la polizia alle tre fosse e aveva fatto scoprire i due cadaveri. Ma perché denudarli entrambi, perché marcare in questo modo così esplicito e inequivoco la tesi della violenza sulla povera ragazza di cui non si aveva, ovviamente, alcuna prova a distanza di tanto tempo dalla morte. Erano incoerenze che gli attraversavano la mente. Non era un giurista, quel professore, insegnava in un liceo classico. Sapeva dei processi quel che aveva imparato dalla storia e dai libri, ma soffriva di una malattia inguaribile: aveva dei dubbi. All’ennesima obiezione, nell’aria afosa dell’agosto reggino, in quella stanza piena di giudici popolari sudati, con il caldo che assaliva la mente e sfibrava il corpo, il presidente poggiò le mani sul tavolo e si chinò sulle carte. Poi, quasi piegato in due, neanche fosse il duce chino sul balcone di Palazzo Venezia, volse lo sguardo al professore seduto al suo fianco e concluse: «Professore se non hanno fatto questo hanno fatto altro questi delinquenti, vanno fucilati».

Alfredo Rocco era morto esattamente un anno prima, il 28 agosto 1935. Ma il ministro nelle sue convinzioni sulla pena di morte non era isolato: «Il ripristino della pena capitale non sconvolse né scandalizzò gli italiani, ma fu sorprendentemente quasi imposto ad un tentennante Mussolini non solo dagli atteggiamenti intransigenti dei duri del regime, ma anche dal coro quasi unanime degli addetti ai lavori, magistrati, docenti e persino avvocati, formatisi culturalmente in periodi in cui del fascismo non potevano avvertirsi nemmeno le più lontane avvisaglie» (Tranchina–Fiandaca nella prefazione a G. Tessitore, op. cit., p.14).

Quanto a Mandalari, una sbrigativa annotazione lo inserisce nella macabra storia della pena di morte in Italia: «non si esitò, peraltro, a comminare la pena di morte ad uno dei capi della ‘ndrangheta calabrese, Francesco Mandalari, fino ad allora ritenuto intoccabile, per violenza carnale e concorso in duplice omicidio, di cui era stato identificato come mandante» (G. Portalone, La politica giudiziaria del fascismo, 2000). Se non aveva fatto quello, aveva certo fatto altro.