Le inchieste aperte da alcune Procure sulle attività della Mittal, e poi i sequestri e le nuove imputazioni – lo abbiamo scritto nei giorni scorsi – sono un tentativo, da parte dei settori più reazionari della magistratura, di assumere il comando della politica economica. Cioè di allargare le proprie competenze, dopo avere invaso largamente il campo della politica: in particolare quello del governo delle Regioni e degli enti locali, e poi quello delle competizioni elettorali e persino della definizione delle candidature.

Esiste un aspetto di questo problema che riguarda la democrazia e la qualità della politica. È un aspetto del quale abbiamo parlato molte volte. Poi c’è un secondo aspetto, che è nuovo, e riguarda l’economia italiana e le prospettive della produzione di ricchezza e dell’orientamento dello sviluppo. In teoria queste materie sono di competenza in parte del mercato e in parte della politica. La discussione che da sempre si svolge, con risultati alterni, riguarda il rapporto di forza e di potere tra il mercato e la politica. Di solito la sinistra ritiene che il potere della politica debba essere prevalente sul potere del mercato, e la destra pensa il contrario. Entrambe però restano in questo ambito e ammettono che debba esserci un equilibrio tra politica e mercato (tranne le frange più estremiste della destra ultraliberista che vorrebbero tutto il potere al mercato, e le frange staliniste e stataliste che invece vorrebbero azzerare le competenze del mercato).

La novità sta nell’invasione della magistratura che decide di delegittimare sia la politica che il mercato e di prenderne il posto. Il problema interessa tutto il Paese. Perché evidentemente si pone un’ipoteca molto seria sul funzionamento del sistema. Alle vecchie idee liberali e a quelle socialdemocratiche si sostituisce una idea piuttosto definita di repubblica delle Procure, governata dal potere giudiziario. Una questione, però, del tutto speciale è quella che investe il Mezzogiorno. Le scelte delle Procure, non contrastate dalla politica e sostenute attivamente anche dalla stampa, provocano, ovviamente, la fuga degli investitori. Non solo degli investitori stranieri ma anche degli italiani. Chi accetterebbe di rischiare una parte del suo patrimonio per avventurarsi in imprese imprenditoriali che possono essere spazzate via in un minuto dalla decisione di un giovane sostituto Procuratore?

Una volta la dinamica era diversa. Il conflitto c’era, ed era una delle componenti del rischio di impresa del quale gli imprenditori tenevano conto. Ma il conflitto era tra i lavoratori e l’impresa. Tra i sindacati e il padrone. Se ne conoscevano le regole, le possibili ricadute, i probabili compromessi. A seconda dei rapporti di forza, anche politici, l’accordo poteva alla fine essere un po’ più favorevole ai lavoratori, e ai salari, o più favorevole al profitto. Ma il recinto della battaglia era chiaro e nessuno aveva il potere assoluto sugli altri. In questa nuova fase di Repubblica delle Procure non è più così. E oggi, chiunque decida di investire al Sud sa di rischiare di finire in una morsa: da una parte la mafia, che impone il pizzo e rende più costosa l’impresa e dunque meno remunerativo l’investimento, dall’altra le Procure, che possono azzerare l’impresa e produrre danni economici esorbitanti per l’imprenditore.

Oltretutto non sono solo le Procure, perché al fianco delle Procure, e con il loro avallo, agisce il sistema dei prefetti, che adopera il sistema delle interdittive in modo assai spavaldo, ed è molto più agile delle Procure. In che consiste una interdittiva? Il prefetto, con il placet della Procura, stabilisce che una certa azienda ha un qualche legame con le cosche. Per esempio, un operaio, o un geometra dipendente di quell’impresa che ha sposato la sorella di una persona imputata per mafia. Basta questo, scatta l’interdittiva, si perde l’appalto. Talvolta poi interviene direttamente
la magistratura e sequestra l’azienda, nomina un commissario, il commissario gestisce l’azienda per alcuni anni poi, spesso, la restituisce al proprietario ma dopo averla fatta fallire e coperta di debiti. Qualcuno dei proprietari si dispera e diventa povero.

Qualcun altro si suicida. I casi di suicidio sono molti. Le interdittive peraltro sono in continuo aumento. Nel 2016 furono 510, nel ‘17 sono quasi raddoppiate arrivando a 972. L’anno dopo 1279. Quest’anno sono 1500. La situazione di una persona che decide di investire al Sud è questa. Mafia e Pm lo attaccano dai due lati. La mafia probabilmente gli chiederà un pizzo che semplicemente ridurrà i profitti. I Pm e i prefetti, se decidono di attaccarlo, lo annientano. E tutto questo, di solito, con l’appoggio fondamentale dei giornali e dei mezzi di informazione. Che spalleggiano le Procure e i prefetti e contribuiscono alla distruzione anche morale delle vittime.

Voi pensate che in queste condizioni il Sud abbia qualche possibilità di riprendersi, di tornare a vivere? Evidentemente no: zero possibilità. Qualcuno reagirà a questo massacro? Capirà chi lo conduce? Proverà a fermarlo? Al momento le speranze sono poche poche. Cosa resta al Sud? L’unica via di salvezza è la fuga, l’emigrazione, come negli anni Cinquanta.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.