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Il tempo salvato dall’amore
Il passato non è il contrario del futuro. A volte ne è la forma più tenace, la parte che continua ad accadere quando ciò che avevamo immaginato è stato spezzato. È su questa intuizione che Claudia Marin costruisce Il futuro che eravamo, un romanzo di memoria e di perdita, ma soprattutto una storia sulla fraternità come fondamento dell’identità. L’avvio ha la precisione crudele delle date che separano un prima da un dopo. È il settembre del 2021, l’Italia tenta di uscire dalla pandemia e il Green Pass riapre stazioni e vite. Luca, avvocato milanese di origine napoletana, torna nella città dei genitori. È energico, inquieto, divorato dal lavoro: il lavoro è per lui una «religione civile», il tempo qualcosa da inseguire. Poche ore dopo, un infarto lo precipita in terapia intensiva e richiama a Napoli la sorella Camilla. Da quel momento il romanzo si dispone su due tempi: i giorni sospesi dell’ospedale e l’immensa durata della vita condivisa.
È questa architettura a dare al libro la sua forza. La catastrofe non viene raccontata secondo la linearità clinica del peggioramento, ma attraversata dalla memoria. Il presente si restringe attorno a un letto; il passato dilaga. Non è evasione nostalgica. Camilla ricorda perché deve opporre alla riduzione biologica del fratello la totalità irriducibile della persona che egli è stato. Luca è il centro gravitazionale del libro, benché sia Camilla a custodirne la voce. Marin evita di trasformarlo in una figura edificante. Ce lo consegna esuberante e permaloso, generoso e prepotente, sarcastico, coltissimo, teatrale, capace di giudizi assoluti e improvvise tenerezze. Lo riconosciamo dalle gambe sempre in movimento, dalle parole ricercate, dalle battute che sgonfiano ogni enfasi. Questa concretezza lo salva dall’idealizzazione postuma: Luca non è amato perché perfetto, ma perché inconfondibilmente vivo.
Camilla è una narratrice tutt’altro che pacificata. Ansiosa, superstiziosa, incline a rifugiarsi nelle parole e nei presagi, attraversa il dolore con la fragilità di chi scopre che perdere un fratello significa perdere il testimone della propria esistenza. Tra loro non c’è soltanto affetto: c’è una lingua segreta, una memoria comune, un sistema di allusioni che nessun altro potrà ereditare. Il lutto diventa così una crisi ontologica: chi siamo, quando scompare la persona che sapeva chi eravamo stati? Napoli non è uno sfondo ma un organo della memoria. Il Vomero, le funicolari, le scalette verso il mare e le case affacciate sul Golfo compongono una geografia sentimentale. Dentro quella geografia prende forma il ritratto di una borghesia italiana cresciuta tra gli anni Settanta e Ottanta: la fiducia nello studio, il lavoro come emancipazione, l’educazione come disciplina, il futuro come promessa di mobilità. Il romanzo racconta anche la fine di quella promessa, senza diventare un trattato generazionale.
La scrittura di Marin è espansiva, accumulativa, talvolta barocca. Indugia sugli oggetti, sugli odori, sui vestiti, sulle marche, sulle canzoni, sulle liturgie domestiche. Qualche passaggio può apparire sovrabbondante; ma è nell’abbondanza che il libro trova la propria necessità. Davanti alla morte, che sottrae e semplifica, la narrazione reagisce moltiplicando dettagli. Ogni particolare diventa una prova d’esistenza. Il futuro che eravamo approda a un dolore senza risarcimento e senza facili consolazioni. Ma il suo gesto letterario è una forma di salvezza. Non riporta indietro chi non c’è più; impedisce però che venga consegnato al silenzio indistinto degli assenti. Trasforma una vita privata in esperienza condivisibile e restituisce alla fraternità, così raramente raccontata, la sua potenza originaria: essere il luogo in cui qualcuno conserva per noi l’inizio della nostra storia. E, finché lo ricorda, continua a tenerci nel mondo.
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