Ci sono primati che una regione vorrebbe rivendicare e altri che vorrebbe restituire al mittente. Quello che certificano i dati Inail diffusi a febbraio appartiene alla seconda categoria: nel 2025 il Veneto è la regione italiana che ha fatto registrare il maggiore aumento di morti sul lavoro, ventidue vittime in più rispetto all’anno precedente, davanti a Piemonte e Puglia. L’osservatorio indipendente di Bologna, che monitora anche i casi sfuggiti alle statistiche ufficiali, conta già ventotto morti sui luoghi di lavoro nelle nostre province nel solo primo trimestre del 2026, trentanove se si includono gli incidenti in itinere. Padova e Treviso guidano questa contabilità della disgrazia, Verona e Vicenza non sono lontane.

Dietro i numeri si intravede una mutazione silenziosa: a morire sono sempre più spesso lavoratori stranieri, impiegati nei segmenti dove la protezione è più sottile e la formazione più fragile. Il Veneto operoso, il Veneto del fare, il Veneto dei capannoni accesi anche di notte ha qui la sua ombra più lunga, e la sfida che attende il nuovo governo regionale guidato da Alberto Stefani è anzitutto questa: assumere la sicurezza dei lavoratori come misura della qualità del nostro sviluppo, non come capitolo collaterale del welfare. Perché un modello produttivo che continua a chiedere ai propri figli e ai propri ospiti di rischiare la vita per portare a casa lo stipendio sarebbe un modello che va ripensato, non solo amministrato.

Spritz

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